ELIAS CANETTI.
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POTERE E SOPRAVVIVENZA. SAGGI.
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Titolo originale: Macht und Ueberleben.
1987. Adelphi Edizioni, MILANO.
A cura di Furio Jesi.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Pochi scrittori hanno oggi il grande pregio di Elias Canetti. Romanziere, saggista, drammaturgo, autore di un ricchissimo diario, la sua opera, a partire dagli Anni Trenta,  tutta un ostinato e ossessivo combattimento con alcuni grandi temi: la massa, il potere, la metamorfosi, il rifiuto della morte, riflessi ogni volta in forme diverse, affrontati nei loro pi elusivi segreti, colti nelle pi varie manifestazioni, illuminati dall'interpretazione dei testi pi diversi: antropologici, letterari, storici, filosofici.
In questo volume, che raccoglie scritti recenti di Canetti, il lettore trover prose dense e fulminee, dedicate, fra l'altro, agli ultimi anni di Tolstoj, alla fascinazione di Karl Kraus - che ebbe un'influenza capitale sulla giovinezza di Canetti, a Vienna -, ai folli progetti architettonici di Hitler, al senso segreto dell'insegnamento di Confucio, al diario di un testimone di Hiroshima -infine al tema che d il titolo al libro e segretamente ricompare in tutti questi saggi: il potere e la sopravvivenza.
Insieme narratore e pensatore, Canetti concentra qui, in poche pagine e in una prosa straordinariamente incisiva, una riflessione e un'esperienza lungamente maturate, che lasciano una traccia indelebile su tutti gli argomenti che toccano.
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L'AUTORE.
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Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905  Zurigo, 14 agosto 1994)  stato uno scrittore, saggista e aforista bulgaro naturalizzato britannico, di lingua tedesca, insignito del Nobel per la letteratura nel 1981.
Era primo dei tre figli di Jacques Canetti, commerciante ebreo di remote origini spagnole e di Mathilde Arditti, nata da una ricca famiglia ebraica sefardita di origini italiane (gli avi materni erano sefarditi livornesi che si erano stabiliti in Bulgaria). La lingua della sua infanzia fu il ladino o giudeospagnolo parlato in famiglia, ma il piccolo Elias fece presto esperienza con la lingua tedesca, usata in privato dai genitori (che la consideravano la lingua del teatro e dei loro anni di studio a Vienna).
Dopo avere appreso il bulgaro, si trov ad avere a che fare con l'inglese quando il padre decise di trasferirsi per lavoro a Manchester nel 1911.
Nel 1912, con la morte improvvisa del padre Jacques, cominciarono le peregrinazioni della famiglia, che si spost prima a Vienna e poi a Zurigo, dove Canetti trascorse, tra il 1916 e il 1921, gli anni pi felici. 
I viaggi, le relazioni e le numerose lingue praticate, costituiscono il corposo patrimonio culturale di Canetti. La sua opera, oltre ad essere incentrata sulla metamorfosi,  essa stessa una metamorfosi continua: un solo romanzo, un solo libro di "antropologia", pochi testi teatrali, alcuni saggi, alcuni aforismi, un diario di viaggio e un'autobiografia.
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POTERE E SOPRAVVIVENZA.
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Schivare il concreto  uno dei fenomeni pi inquietanti della storia dello spirito umano. C' una
netta tendenza a buttarsi verso le cose pi lontane, subito, e a trascurare cos tutto ci contro cui si va
continuamente a sbattere. Lo slancio del gesto di partire, l'audacia avventurosa delle spedizioni in terra
remota, ingannano circa le loro motivazioni. Non di rado si tratta semplicemente di evitare quanto ci sta
dappresso, poich non siamo all'altezza di affrontarlo. Ne avvertiamo la pericolosit e preferiamo aver
a che fare con altri pericoli di ignota entit. Anche quando ci imbattiamo in questi ultimi, e accade
puntualmente, essi posseggono pur sempre il brillio delle cose improvvise e uniche. Solo una persona
molto limitata potrebbe condannare questa qualit avventurosa dello spirito, sebbene essa derivi
talvolta da palese debolezza. Ci ha condotto a un ampliamento del nostro orizzonte di cui siamo
orgogliosi. Ma oggi, come tutti sappiamo, la situazione dell'umanit  cos seria che dobbiamo volgerci
a quanto vi  di pi vicino a noi e di pi concreto. Neppure presagiamo quanto tempo ci sia rimasto per
vedere il peggio; ma potrebbe darsi benissimo che il nostro destino sia subordinato a determinate, dure
conoscenze che ancora non possediamo.
Voglio ora parlare della sopravvivenza - mi riferisco naturalmente alla sopravvivenza degli altri
- e cercare di dimostrare che questa sopravvivenza sta nel nocciolo di tutto ci che chiamiamo, un po'
genericamente, potere.1 A questo proposito incomincer con alcune considerazioni molto semplici.
L'uomo che sta in piedi2 agisce in piena autonomia, come se fosse l ritto di per s solo e gli
restasse ancora aperta ogni decisione. L'uomo seduto esercita una pressione, il suo peso  rivolto verso
l'esterno e desta un senso di durata. Finch siede, egli non pu cadere; quando si alza diviene pi alto.
Ma l'uomo che si  abbandonato al riposo, l'uomo giacente, si  disarmato. Mettergli le mani addosso
mentre dorme, inerme,  cosa da nulla. Il giacente  forse caduto, forse  stato ferito. Fino a quando non
si drizza di nuovo sulle gambe, non viene preso realmente sul serio.
Il morto tuttavia, che non si drizzer pi, suscita un'impressione enorme. Il primo impulso in
chi vede dinanzi a s un morto, specialmente se il morto in qualche modo lo riguarda, ma non solo in
tal caso,  l'incredulit. Con diffidenza se  un nemico, con aspettazione tremante se  un amico, si spia
ogni moto del suo corpo. Si  mosso, respira. No. Non respira. Non si muove.  proprio morto.
Subentra allora il terrore di fronte alla realt della morte, che si potrebbe definire l'unica realt, una
realt talmente inaudita che include in s tutto il resto. Il confronto con il morto  un confronto con la
propria morte, meno di essa poich non si muore veramente, pi di essa poich ce n' sempre anche
un'altra. Anche l'uccisore di professione, che prende la sua insensibilit per coraggio e intrepidezza,
non sfugge a questo confronto: in un luogo ben celato del suo animo, anch'egli  preso dal terrore. Ci
sarebbe molto da dire circa questa assunzione del morto nell'osservatore, l'assunzione pi profonda e
pi degna dell'uomo; con la sua descrizione precisa si possono riempire ore e notti. La pi grandiosa
testimonianza di essa  la pi antica; il lamento del sumero Gilgamesh per la morte dell'amico Enkidu.
Qui tuttavia non ci occuperemo di questo stadio palese di un'esperienza della quale non
dobbiamo vergognarci d'essere vittime e che proprio per questo si staglia nella vivida luce delle
religioni - bens dello stadio seguente, nel quale non ci riconosciamo volentieri: dello stadio, molto pi
ricco di conseguenze del precedente e per nulla degno dell'uomo, che sta nel cuore del potere e anche
della grandezza, e sul quale dobbiamo aprire gli occhi senza paura, senza riguardi, se vogliamo
comprendere che cosa sia davvero e che cosa apparecchi il potere.
Il terrore suscitato dal morto quando giace dinanzi a chi lo guarda  compensato da un senso di
sollievo: chi guarda, non  lui il morto. Sarebbe potuto esserlo. Ma chi giace  l'altro. Chi guarda sta in
piedi, indenne, incolume; il morto pu essere un nemico ucciso o un amico venuto a mancare: in
ambedue i casi sembra d'improvviso che la morte da cui eravamo minacciati si sia stornata da noi su di
lui.
 questa la sensazione che, rapidissima, ha il sopravvento; ci che dapprima era terrore trapassa
in soddisfazione. Colui che sta ritto, per il quale tutto  ancora possibile,  ora pi che mai consapevole
di stare in piedi sulle proprie gambe. Non c' istante in cui si senta meglio nella posizione eretta. E
l'istante lo blocca l, il senso d'essere alto sul morto lo lega a lui. Se chi sta ritto avesse le ali, ora non
si librerebbe in volo. Resta l dove si trova, nell'immediata prossimit dell'esanime, con lo sguardo
rivolto a lui; e il morto, chiunque sia,  per lui come se l'avesse proprio ora sfidato e minacciato, e si
trasforma in una sorta di preda.
Questo fatto  cos orribile e nudo che lo si vela con ogni mezzo. Che ci si vergogni di esso
oppure no,  determinante per la valutazione dell'uomo. Ma ci non muta nulla quanto al fatto in s. La
situazione del sopravvivere  la situazione centrale del potere. Sopravvivere non  solo spietato, 
qualcosa di concreto: una situazione ben delimitata, inconfondibile. L'uomo non crede mai del tutto
alla morte finch non l'ha sperimentata. E la sperimenta negli altri. Essi muoiono dinanzi ai suoi occhi,
ciascuno singolarmente, e ogni singolo che muore lo convince della morte. Alimenta il terrore dinanzi
alla morte, ed  morto in sua vece. Il vivo lo ha spinto avanti al suo posto. Il vivo non si crede mai cos
alto come quando ha di fronte il morto, che  caduto per sempre: in quell'istante  come se egli fosse
cresciuto.
 tuttavia una crescita di cui solitamente non si fa sfoggio. Pu passare in secondo piano dietro
a un genuino dolore ed esserne del tutto celata. Ma anche se il morto importava poco per il vivo e non
ci si aspetta da questo alcuna particolare esibizione di lutto, sarebbe assolutamente contrario a ogni
buona creanza lasciar trasparire qualcosa della soddisfazione che deriva dal confrontarsi con il morto. 
un trionfo che rimane nascosto, che non si ammette con nessuno e forse neppure con se stessi. La
convenzione ha qui il suo valore: cerca di occultare e di contenere un moto la cui libera manifestazione
avrebbe conseguenze assai pericolose.
Non in tutti i casi ci resta cos occultato. Per comprendere come dal trionfo segreto al cospetto
della morte nasca un trionfo palese, ammesso, che procura onore e gloria e che perci  ambito, 
indispensabile configurare la situazione della battaglia, proprio nella sua forma originaria.
Il corpo dell'uomo  cedevole, esposto alle ferite e molto vulnerabile nella sua nudit. Tutto pu
penetrarvi; a ogni nuova ferita gli riesce pi arduo portarsi sulla difensiva; e in un attimo per lui 
finita. Un uomo che si pone in battaglia sa cosa rischia; se egli non  cosciente di alcuna superiorit,
rischia al massimo. Chi ha la fortuna di vincere sente crescere le proprie forze e affronta con pi
ardimento il successivo avversario. Dopo una serie di vittorie egli acquister ci che vi  di pi
prezioso per il combattente: un senso di invulnerabilit; e dall'istante in cui l'avr acquisito oser
cimentarsi in battaglie sempre pi pericolose.  come se egli disponesse ormai di un altro corpo, non
pi nudo, non pi esposto, corazzato grazie agli istanti dei suoi trionfi. Finalmente pi nessuno pu
nuocergli,  un eroe. Da tutto il mondo e dalla maggior parte dei popoli ci giungono storie di eroi
sempre vincitori; e anche se, come accade non di rado, essi restano vulnerabili in un punto segreto del
corpo, ci serve soltanto a conferire maggior valore alla loro invulnerabilit, altrimenti assoluta. La
reputazione dell'eroe e la sua coscienza di s si compongono di tutti gli istanti in cui egli si drizz
vittorioso sul nemico abbattuto. L'eroe  ammirato per la superiorit che gli viene conferita dal suo
senso di invulnerabilit e che non appare come ingiusto vantaggio sull'avversario. Egli sfida senza
esitare chiunque non gli si sottometta. Combatte, vince, uccide; colleziona vittorie.
 Collezionare  va qui inteso alla lettera.  come se le vittorie entrassero nel corpo del
vincitore e vi rimanessero a sua disposizione. Noi non riusciamo pi, ormai, a concepire questo
processo come una prassi concreta, non lo intendiamo pi nel modo giusto, e tuttavia la sua sotterranea
efficacia sopravvive indiscutibilmente fin nel nostro secolo. Pu essere istruttivo esaminarlo in una
cultura nella quale  ancora palese: una delle culture che con qualche imprecisione chiamiamo
primitive.
Con la parola Mana3 si designa nei Mari del Sud una sorta di potere soprannaturale e
impersonale, che pu passare da un uomo all'altro. Molto desiderato, esso pu concentrarsi in singoli
individui. Un guerriero valoroso pu acquisirlo deliberatamente. Ma non lo deve alla sua abilit
guerresca o alla sua forza fisica, bens lo riceve come Mana che trapassa in lui dal nemico abbattuto.
Cito dall'opera di Handy sulla religione polinesiana:4
 Nelle Isole Marchesi un membro della trib poteva divenire capo nelle imprese di guerra per
valore personale. Si credeva che il guerriero contenesse nel proprio corpo il Mana di tutti coloro che
aveva ucciso. In proporzione con il suo valore cresceva il suo Mana. Secondo la concezione degli
indigeni il suo valore non era, per, la causa ma l'effetto del suo Mana. A ogni uccisione da lui
compiuta, cresceva il Mana della sua lancia. Di volta in volta che vinceva un uomo in battaglia, il
guerriero assumeva il nome dell'avversario abbattuto: e questo significava che il potere del nemico ora
apparteneva a lui. Per incorporarsi direttamente il Mana del vinto, il guerriero mangiava le carni di
quello; e per vincolare a s in una battaglia questo accrescimento di potere, per garantirsi l'intimo
rapporto con il Mana predato, il guerriero portava su di s come parte del suo equipaggiamento bellico
un avanzo corporeo del nemico vinto: un osso, una mano disseccata, talvolta anche un intero teschio .
Cos Handy. Non si potrebbe cogliere pi chiaramente l'effetto della vittoria sul sopravvivente.
Poich ha ucciso l'altro, egli  divenuto pi forte, e il suo accrescimento di Mana lo rende capace di
nuove vittorie. Ci che egli strappa al nemico  una sorta di grazia: pu ottenerla, per, solo se il
nemico  morto. La presenza fisica del nemico, vivo e poi morto,  indispensabile. Ci dev'essere stata
necessariamente battaglia e uccisione; tutto dipende dallo specifico atto di uccidere. Le parti
maneggevoli del cadavere che il vincitore si assicura, si incorpora, porta su di s, gli ricordano sempre
l'accrescimento del suo potere. Grazie a esse si sente pi forte e con esse suscita terrore: ogni nuovo
nemico che egli sfida trema di fronte a lui e ha dinanzi agli occhi, spaventoso, il proprio destino.
Presso altri popoli si ritrovano concezioni di tipo diverso, che tuttavia servono al medesimo
scopo. Non sempre la forza viene acquisita in un combattimento franco e palese. Presso i Murngin5
della Terra di Arnhem ogni giovane si cerca un nemico per impadronirsi della sua forza. Deve per
ucciderlo di nascosto, di notte, e solo se ci riesce lo spirito del morto penetra in lui e gli conferisce
raddoppiate energie. Si dice espressamente che, grazie a questo processo, il vincitore cresce, diviene di
fatto pi grande. Anzich la forza impersonale del Mana che abbiamo incontrato nel caso precedente,
qui si tratta di uno spirito personale, che si cerca di predare; e questo spirito non deve presentarsi alla
vista dell'uccisore durante l'impresa di morte, poich si adirerebbe e ricuserebbe di penetrare in lui.
Appunto per questa ragione  indispensabile che l'assalto avvenga di sorpresa, nell'oscurit della notte.
Il modo in cui l'anima del morto penetra poi nel corpo dell'uccisore viene descritto con precisione.
Padroneggiata e incorporata, l'anima del morto diviene utilissima all'uccisore. Non solo l'uccisore
stesso, grazie a essa, cresce fisicamente, ma anche la preda che essa gli procaccia - un canguro, una
testuggine - cresce dopo esser stata colpita, ancora mentre agonizza, e negli ultimi istanti diviene pi
grassa a vantaggio del fortunato uccisore.
Nelle Isole Figi6 incontriamo eroi che assomigliano maggiormente a quelli delle nostre
tradizioni. Si narra che un ragazzo, il quale viveva lontano dal padre e non era ancora compieta-mente
cresciuto, si rec da lui e per fargli impressione affront da solo tutti i nemici del padre.
 Il giorno successivo, di primo mattino, i nemici salirono verso la citt con grida di guerra... Il
ragazzo si lev e disse:  Nessuno mi segua. Rimanete tutti in citt! . Prese in mano la clava che s'era
fabbricato da s, si gett in mezzo ai nemici e colp furiosamente intorno, colp a destra, colp a sinistra.
A ogni colpo ne uccideva uno, finch fuggirono dinanzi a lui. Egli sedette su un mucchio di cadaveri e
grid alla sua gente nella citt:  Venite fuori e trascinate via gli abbattuti! . Vennero fuori, cantarono
il canto funebre, trascinarono via i 42 cadaveri degli abbattuti, mentre in citt risuonavano i tamburi  7.
Il ragazzo ha tenuto testa da solo a un'intera muta di nemici, e inoltre con ogni colpo ne ha steso uno
morto; non uno dei suoi colpi  stato vano. Infine egli siede come vincitore su un mucchio di cadaveri,
e ognuno di coloro sui quali siede  stato abbattuto personalmente da lui. Nelle Isole Figi la reputazione
di tale virt guerresca era cos grande che si usavano quattro diversi nomi per designare gli eroi, a
seconda del numero dei nemici uccisi. Al gradino pi basso della scala c'era il Koroi, l'uccisore di un
uomo solo. Koli si chiamava, poi, chi aveva ucciso dieci nemici; Visa, chi ne aveva uccisi venti;
Wangka, chi ne aveva uccisi trenta. Un celebre capo venne chiamato Koli-Visa-Wangka: era l'uccisore
di 10+20+30, dunque di 60 uomini.
Non  mai del tutto privo di pericoli accostarsi ai cosiddetti primitivi. Li studiamo affinch da
essi ricada su di noi una luce spietata; e tuttavia suscitano spesso l'effetto opposto. Ci vediamo
enormemente superiori a essi, poich ci che essi fanno con le clave noi lo facciamo con le bombe
atomiche. In realt il solo punto sul quale possiamo compiangere il capo Koli-Visa-Wangka  il fatto
che la sua lingua lo metta in cos gravi difficolt con il far di conto. Certo, per noi la cosa  pi facile,
molto pi facile.
Sono ricorso all'ultimo esempio solo per mostrare dove porti la scoperta abitudine al
sopravvivere. La cosa non si ferma, infatti, al caso per cos dire  pulito ' dell'eroe che gradualmente, in
duelli da lui stesso cercati, acquista il senso della propria invulnerabilit per rinnovarlo poi sempre nei
successivi combattimenti, quando la sua gente sia minacciata da mostri o da nemici. Pu anche darsi
che vi siano stati eroi di questo genere, cos disciplinati. Ma sono propenso a riconoscervi delle figure
ideali. Il senso di felicit del sopravvivere concreto rappresenta infatti un intenso piacere. Una volta
subentrato e approvato, esso esiger la sua ripetizione e crescer rapidamente fino a diventare una
passione insaziabile. Colui che ne sar invasato si approprier delle forme di vita sociale intorno a lui
nella maniera pi adatta a soddisfare questa passione.
La passione  quella del potere. A tal punto  legata alla realt della morte che ci appare
naturale; la accettiamo come accettiamo la morte, senza porla davvero in discussione, senza renderci
conto seriamente delle sue diramazioni e delle sue conseguenze.
Chi ha preso gusto al sopravvivere vuole accumularlo. Cercher dunque di provocare situazioni
in cui possa sopravvivere a molti. Gli sparsi momenti del sopravvivere, offerti a lui dall'esistenza
quotidiana, non gli basteranno pi. Poich tutto dura troppo a lungo, egli non pu essere soddisfatto.
Non pu trovare soddisfazione tra gli uomini che realmente gli stanno vicino. Nella maggior parte delle
societ umane l'esistenza pacifica ha il suo corso ingannevole che cerca di mascherare pericoli e
fratture. L'incessante svanire di uomini che qui e l, d'improvviso, cessano d'essere in vita, viene
concepito e rappresentato come se essi non fossero veramente del tutto scomparsi. Speciali procedure
di acquietamento fanno s che ci si volga a essi come se ancora potessero partecipare alla societ.
Perlopi si credette che godessero ancora di una vera esistenza in qualche luogo e si temette la loro
invidia per i viventi, che poteva recare conseguenze pericolose.
L'attivit di coloro che miravano al sopravvivere fisico  stata sempre rivolta contro questa rete
di rapporti, una rete talmente fitta che nessuno, neppure un defunto, poteva uscire dal mondo. Ed
essendo tra l'altro gli appassionati del sopravvivere di natura relativamente ingenua, essi si sentivano a
loro agio nelle guerre e nelle battaglie. In simili casi si  sempre parlato del fascino del pericolo, come
se il pericolo fosse il senso autentico della situazione bellica. E tuttavia non c' alcun dubbio: in guerra
si tratta di uccidere, di uccidere moltissimi uomini. L'obiettivo  un mucchio di nemici morti, e chi
vuole vincere s'immagina ben chiaramente di sopravvivere a quel mucchio di nemici morti. Non  per
tutto qui: cadono anche molti dei propri compagni, ai quali pure si sopravvive. Chi parte volentieri per
la guerra, agisce con la convinzione di ritornare, di non essere colpito;  una sorta di lotteria al
contrario, nella quale vincono i numeri che non escono. Chi parte volentieri per la guerra, va con
fiducia, e questa fiducia consiste nell'aspettarsi che i caduti da ambo le parti, anche dalla propria parte,
siano assolutamente altri, e che l'io sia il sopravvivente. La guerra offre cos all'uomo semplice, che in
tempo di pace non aveva modo di farsi avanti come personaggio di primo piano, l'opportunit di
sperimentare il senso del potere proprio laddove codesto senso ha la sua radice, nel sopravvivere a
mucchi di morti. In guerra la presenza dei morti non pu essere assolutamente evitata, tutto  basato su
di essa; e anche chi personalmente non ha fatto gran che in questa direzione, si sente elevare alla vista
di tutti quei caduti, fra i quali egli non si trova.
Ci che in tempo di pace  vietato con le pi dure sanzioni, qui  non solo preteso dal singolo,
ma praticato in massa. Il sopravvivente ritorna dalla guerra con accresciuta coscienza di s, anche
quando i combattimenti non sono stati favorevoli alla sua parte. Altrimenti non si capirebbe perch
uomini che hanno visto da vicino gli aspetti pi orrendi della guerra, ben presto poi li dimentichino o li
trasfigurino. Un certo splendore di invulnerabilit irraggia intorno a chi ritorna dalla guerra sano e
salvo.
Ma non tutti sono semplici, non tutti si accontentano di ci. Di questa esperienza c' una forma
pi attiva, ed  quella che ora ci interessa in particolare. Un individuo singolo non pu uccidere da solo
tanti uomini quanti la sua passione di sopravvivere gli farebbe desiderare. Egli per pu indurre altri a
uccidere, pu dirigerli. In qualit di comandante, egli stabilisce la forma del combattimento. Lo
progetta in anticipo e impartisce l'ordine di cominciare. Si tiene informato circa l'andamento della
battaglia. Un tempo si preoccupava di osservarne lo svolgimento da un luogo elevato. Egli  dunque
sottratto alla lotta diretta; pu anche darsi che non gli capiti di uccidere neppure un nemico. Ma gli altri
che sono ai suoi ordini ci pensano per lui. Ci che riescono a fare viene ascritto a lui.  lui il vero
vincitore. Il suo nome e il suo potere crescono con il numero dei morti. Egli non trae particolare
reputazione da una battaglia in cui non si sia combattuto duramente, da una battaglia troppo facile e
quasi senza vittime. Non si edifica un vero potere su facili vittorie. Il terrore che esso, il potere, dovr
suscitare e del quale propriamente consiste, dipende dalla grande quantit delle vittime.
Questa  stata la strada di tutti i famosi conquistatori della storia. In seguito si sono attribuite
loro virt di ogni sorta. Dopo secoli ancora, gli storici raffrontano e soppesano scrupolosamente le loro
qualit, per pronunciare su di essi una sentenza giusta - cos credono. Si pu toccare con mano la
profonda ingenuit degli storici in queste faccende. In realt essi subiscono ancora il fascino di un
potere che  svanito da lungo tempo. Il fatto che si immedesimino in un'epoca li rende suoi
contemporanei, sicch una parte della paura suscitata a quell'epoca dalla spietatezza del potente penetra
in loro; non si rendono conto di arrendersi a. lui mentre vagliano coscienziosamente i fatti. Vi  in ci
anche un nobile motivo, dal quale furono influenzati anche alcuni grandi pensatori: non si sopporta di
dichiarare a se stessi che un numero enorme di uomini, ciascuno dei quali recava in s tutte le
possibilit dell'umanit, siano stati massacrati inutilmente, assolutamente per nulla; e perci si va in
cerca di un qualche significato. Poich la storia  andata avanti,  sempre facile trovare un senso palese
nella sua continuit; e si fa in modo che tale senso acquisti una certa dignit. La verit tuttavia non ha
alcuna dignit.  tanto umiliante quanto fu annientatrice. Si tratta di una privata passione di chi ha il
potere: il piacere che egli trae dal sopravvivere cresce con il suo potere; il suo potere gli consente di
abbandonarvisi. Il contenuto vero di questo potere  la brama di sopravvivere a una massa di uomini.
Per il potente  pi utile che le vittime siano dei nemici; ma anche gli amici servono allo scopo.
In nome di virt virili, egli esiger dai suoi sudditi le cose pi difficili, o addirittura impossibili. Che
cos soccombano, non ha per lui la minima importanza. Pu dar loro a intendere che ci sia un onore.
Li legher a s con il bottino che da principio procura loro. Si servir del comando, che appunto  fatto
per i suoi scopi (non possiamo ora addentrarci nella disamina precisa, ed enormemente importante, del
comando). Se ne  capace, li ecciter a formare masse guerresche e far balzare dinanzi ai loro occhi
tanti di quei nemici pericolosi che infine sar loro impossibile separarsi dalla propria massa di guerra.
Egli non rivela loro le sue intenzioni profonde; pu fingere bene, e trova cento pretesti convincenti per
ogni ordine che impartisce. Pu darsi che nella sua arroganza egli si tradisca quando si trova fra gli
intimi, e allora lo fa in termini assai chiari, come Mussolini che parlando con Ciano dichiara il suo
popolo uno spregevole branco di pecore, della cui vita naturalmente non gli importa. L'intenzione
autentica del vero potente , infatti, incredibilmente grottesca: egli vuole essere l'unico. Vuole
sopravvivere a tutti, affinch nessuno sopravviva a lui. A ogni costo vuole sfuggire la morte, e perci
non deve esserci nessuno, da nessuna parte, che possa dargli la morte. Finch ci sono uomini, qualsiasi
uomo, egli non si sentir sicuro. Perfino le sue guardie, che lo difendono dai nemici, possono volgersi
contro di lui. Non  difficile dimostrare che egli nutre sempre un segreto timore nei confronti di coloro
cui comanda; e sempre nasce in lui la paura anche verso chi gli  pi vicino.
Vi sono stati dei potenti che per questa ragione non vollero avere figli. Il fondatore del regno
Zulu nel Sudafrica, Chaka,8 un uomo valorosissimo, non vinse mai l'angoscia d'avere un figlio. Aveva
1200 mogli che ufficialmente portavano il titolo di  sorelle . Era loro proibito restare incinte: la
gravidanza veniva punita con la morte. Sua madre, l'unica creatura al mondo cui fosse affezionato e
della quale gli era indispensabile il consiglio, desiderava ardentemente un nipote, e quando una moglie
rimase incinta la nascose presso di s e l'aiut a partorire un bambino. Questi crebbe presso di lei, in
segreto, per alcuni anni. Ma un giorno Chaka, recatosi dalla madre, la sorprese mentre giocava con un
bambino. Subito comprese che era figlio suo e lo uccise sul posto con le sue stesse mani. Egli non
riusc tuttavia a eludere il destino che temeva:  quaran-tun anni fu ucciso, anzich da un figlio, da due
suoi fratelli.
Questa paura di un figlio ci sembra strana; inusitato, nella vicenda di Chaka,  per solo il fatto
che egli non volesse avere neppure un figlio. Le lotte fra sovrani e i loro figli sono, peraltro, all'ordine
del giorno. La storia orientale ne  colma, tanto che esse rappresentano la regola anzich l'eccezione.
Ma quale significato pu avere l'affermazione che il potente vuole essere l' unico? Sembra naturale - lo
abbiamo sperimentato -che egli voglia essere il pi forte, che combatta contro altri potenti per
sottometterli, che accarezzi la speranza di soggiogare tutti e di diventare il sovrano del pi grande
regno esistente, forse addirittura dell'unico regno. Mi si conceder facilmente che egli voglia essere
l'unico sovrano; troppi sono i conquistatori che svolsero questa parte, e alcuni riuscirono perfino a
essere veramente tali nell'mbito del loro orizzonte. Ma l'unico uomo? Che senso pu avere, dire che il
potente desidera essere l'unico uomo?  proprio dell'essenza del potere che esistano degli altri su cui
signoreggiare: senza di essi, non  pensabile alcun atto di potere. Si dimentica, con questa obiezione,
che l'atto di potere pu consistere nell'allontanamento degli altri, e l'atto in tal caso  tanto pi grande
quanto pi l'allontanamento  radicale e globale.
Una vicenda di tali amplissime proporzioni si ritrova nell'india del XIV secolo. A parte la sua
coloritura esotica, essa suona cos moderna che vorrei sinteticamente riferirla. Il pi energico e
ambizioso re del suo tempo, Muhammad Tughlak,9 sultano di Delhi, trov ripetutamente delle lettere
che venivano gettate di notte oltre i muri della sua sala di udienza. Non ne conosciamo il contenuto
preciso; si dice comunque che fossero piene di ingiurie e di insulti. Il sultano decise allora di ridurre in
macerie Delhi, a quei tempi una delle pi grandi citt del mondo. Poich, da musulmano rigoroso,
teneva molto alla giustizia, egli comper a tutti gli abitanti le loro case, e le pag a prezzo pieno. Poi
ordin loro di trasferirsi in una nuova citt, molto lontana, Daulatabad, che voleva eleggere a sua
capitale. Gli abitanti di Delhi rifiutarono; il sultano fece annunciare dall'araldo che entro tre giorni non
si sarebbe pi dovuto trovare un solo uomo nella citt. La maggior parte dei cittadini obbedirono, ma
alcuni si rinchiusero nelle case. Poi il sultano fece rastrellare la citt, alla ricerca di chi vi fosse ancora
rimasto. I suoi schiavi trovarono nella via due uomini, uno storpio e un cieco. Vennero portati dinanzi
al sultano; questi ordin che lo storpio fosse lanciato con una catapulta e che il cieco venisse trascinato
da Delhi a Daulatabad, un viaggio di quaranta giorni. Durante il percorso il cieco cadde in pezzi, e tutto
ci che di lui raggiunse Daulatabad fu un osso. Tutti allora fuggirono da Delhi, abbandonando mobili e
beni; la citt rest completamente deserta. La devastazione fu cos totale che neppure un gatto, neppure
un cane rimasero negli edifci della citt, nei palazzi o nei sobborghi. Una notte il sultano sal sul tetto
del suo palazzo, volse gli occhi su Delhi ove non si vedeva alcun fuoco, alcun fumo, alcuna luce, e
disse:  Ora il mio cuore  quieto e la mia collera  placata .
 vero che pi tardi egli scrisse agli abitanti di un'altra citt, ordinando loro di recarsi a Delhi
per ripopolarla;  anche vero che solo pochi vi giunsero e che Delhi rimase a lungo quasi vuota nella
sua smisurata grandezza. Ma l'istante che conta  quello dell'unicit solitaria del sultano: l'istante in
cui egli, di notte, dal tetto del suo palazzo, guard la citt vuota: tutti gli abitanti, perfino i gatti e i cani,
lontani, a quaranta giorni di viaggio; nessun fuoco, nessun fumo, nessuna luce, ed egli, il sultano, solo:
 Ora il mio cuore  quieto .
Va osservato che questa frase del sultano:  Ora il mio cuore  quieto  non  un'invenzione o
un abbellimento tardivo; essa  ben degna di fede, riferita dal celebre viaggiatore arabo Ibn Battuta, che
visse sette anni alla corte del sultano e lo conobbe a fondo. Il suo cuore  quieto poich per un
vastissimo spazio non c' un solo uomo che possa volgersi contro di lui. Egli ha inoltre la sensazione
d'essere sopravvissuto a tutti gli uomini: la popolazione della capitale vale qui per l'umanit intera.
Certo, questo istante di unicit fu solo passeggero. Ma la consapevole pertinacia con cui fu provocato,
l'enorme spesa che cost, le sue conseguenze - la desolazione, per molti anni, di una capitale gi ricca e
brillante, il fatto che un sovrano lodato per saggezza e giustizia, avveduto, attivo e pratico si fosse
deciso a trattare la propria capitale come quella del peggiore dei nemici -, tutto ci dimostra che
l'impulso a quell'unicit  qualcosa di estremamente reale: un'autentica forza di prim'ordine, che si
deve prendere molto sul serio e scandagliare a fondo ogni volta che se ne offra l'opportunit.
Come molte altre cose, la si pu specialmente trarre in luce studiando alcune psicopatie, e in
particolare la paranoia. A mia conoscenza, il documento di gran lunga pi importante circa l'Unico in
questo senso sono le Memorie di Schreber,10 gi presidente della Corte d'Appello a Dresda. Un
paranoico che trascorse nove anni in casa di cura ha esposto in quel libro tutto il suo sistema, in modo
completo e organico. Il libro, del resto, non  interessante solo per il nostro scopo; esso tocca fenomeni
cos molteplici e cos frequentemente ricorrenti che non esito a definirlo il documento pi importante
della intera letteratura psichiatrica. Ancora in forma di manoscritto, port alla revoca giudiziaria
dell'interdizione di Schreber. L'autore lo pubblic a sue spese nel 1903. Ma la sua famiglia, che si
vergognava del libro, comper la maggior parte della tiratura, cos che l'edizione originale  diventata
rarissima.
Bisogna tuttavia prescindere da uno scritto che Freud pubblic nel 1911 sul caso Schreber.11
Non  affatto uno dei lavori pi felici di Freud. Sembra soltanto un primo tentativo, esitante, di ricerca,
e si ha l'impressione che Freud stesso ne avvertisse le carenze. Egli prese in considerazione solo una
minima parte del materiale, e di rado sbagli come in questo caso la sua interpretazione. Per
convincersene  indispensabile conoscere davvero le Memorie. Nelle successive discussioni intorno a
questo scritto sono stati presi in considerazione solo i brani di Schreber che Freud stesso aveva citato.
Soltanto negli ultimissimi anni uno o due autori si sono preoccupati di riattingere direttamente al
documento, nessuno ancora in modo esauriente, posto che ci sia davvero possibile. Va detto
d'altronde, per giustizia, che Freud scriveva nel 1911, quando ancora non era scoppiata la Prima guerra
mondiale con cui ebbe inizio propriamente il nostro secolo. Chi, dopo aver vissuto consapevolmente i
quasi sessantanni che da allora sono trascorsi, pu dire di esser rimasto il medesimo? Per chi non si
sono riproposti in maniera nuova tutti i problemi? Solo agli uomini della nostra generazione  divenuto
possibile capire Schreber e interpretarlo in modo che l'essenziale di quanto egli espone non vada
perduto.
Mi limiter a porre in evidenza nelle pagine seguenti due delle immagini principali da cui
Schreber era dominato. E' lecito dar loro particolare rilievo, poich stanno senza dubbio al centro del
suo delirio.
L'umanit intera era perita. L'unico uomo rimasto, l'unico che fosse ancora in vita, era lui. Egli
riflett su quale catastrofe avesse potuto provocare la fine dell'umanit, e formul pi d'una
supposizione. Forse il sole s'era allontanato dalla terra ed era sopravvenuta una glaciazione generale.
Forse s'era trattato di un terremoto, come una volta quello di Lisbona. Schreber per si sofferm
specialmente sull'ipotesi di una spaventosa epidemia: lebbra e peste. Se ne convinse appieno, pensando
a nuove e sconosciute forme di peste. Mentre tutti gli altri uomini ne erano periti, egli solo era stato
guarito da raggi  benedicenti .
Nell'agitato periodo iniziale della malattia ebbe grandiose visioni. Una di queste visioni lo
condusse su una specie di ascensore nelle profondit della terra. Speriment cos tutti i periodi
geologici e d'improvviso si trov in una foresta di carbon fossile. Per un certo tempo abbandon il suo
veicolo e si aggir in un cimitero ove giacevano tutti gli abitanti di Lipsia. L visit la tomba di sua
moglie.
In realt sua moglie era ancora in vita e si recava regolarmente a fargli visita nella clinica di
Sonnenstein presso Dresda, dove egli trascorse come paziente otto o nove anni. Di queste visite egli era
perfettamente consapevole. Inoltre vedeva e udiva il suo medico, gli altri medici della clinica e gli
infermieri. Quando il suo stato di eccitazione cresceva, aveva con loro aspri scontri. Vedeva anche altri
pazienti. Come si conciliava tutto ci con la sua granitica convinzione della propria unicit? Egli non
negava ci che aveva dinanzi agli occhi, ma lo interpretava a modo suo. Gli uomini che vedeva non
erano reali: erano  uomini fatti fugacemente . Cos li definiva; e quelle parvenze fallaci che si
presentavano e svanivano, e alle quali lui non dava importanza, erano apprestate solo per ingannarlo e
turbarlo.
Non si creda tuttavia che egli, unico uomo, conducesse una vita solitaria. Era in rapporto con le
stelle, e questo rapporto aveva caratteristiche molto particolari. Le anime dei morti sopravvivevano
sulle stelle, erano collegate in enormi schiere a costellazioni a lui familiari come Cassiopea o le Pleiadi;
egli si rappresentava questi corpi celesti come se fossero propriamente costituiti di anime di morti. Su
tali anime Schreber esercitava una possente attrazione. Si radunavano in moltitudini intorno a lui, per
dileguarsi poi nella sua testa o nel suo corpo. Di notte, gocciavano a migliaia dalle stelle su di lui, come
 piccoli uomini , minuscole figurette in sembianze umane, alte pochi millimetri, e menavano una
breve esistenza sopra il suo capo. Ma ben presto per loro era finita: il suo corpo le risucchiava ed esse
svanivano in lui. Talvolta egli udiva ancora i loro ultimi, brevi rantoli di agonizzanti, prima che fossero
assorbite in lui. Le aveva messe in guardia contro la sua forza d'attrazione, e tuttavia continuavano a
giungere. In tal modo si dissolsero intere costellazioni; l'uno dopo l'altro, gliene giungevano gli
annunci funesti. Raccogliendo insieme le stelle superstiti, si cercava di salvare questa o quella
costellazione, ma tutto finiva per essere vano: nulla poteva arrestare la catastrofica influenza di lui
sull'universo.
Dato questo suo rapporto con le anime, egli si considerava il pi grande veggente, interlocutore
di spiriti, d'ogni millennio. Tuttavia, in base alle descrizioni che egli stesso fornisce della sua influenza,
l'espressione  veggente   imprecisa e, si sarebbe tentati di dire, troppo modesta. La vera immagine
che egli offre  un'altra. Schreber rappresenta al tempo stesso due diversi stadi del potere. Poich
appaiono contemporaneamente, l'uno di fianco all'altro, possono in un primo momento generare
confusione. Ma non  difficile separarli e coglierli nel loro preciso significato. Il primo riguarda coloro
che per Schreber sono il prossimo: tutti sono gi periti, ed egli, come appunto vuole,  il solo, l'unico. 
questo lo stadio estremo e ultimo del potere. Si pu fare tutto il possibile per raggiungerlo, ma solo nel
delirio si pu realizzarlo appieno. In rapporto alle anime - che Schreber s'immagina del resto in
sembianze umane: dunque, in qualche modo, come uomini -, egli  il grand'uomo;  per esse il Fhrer
intorno al quale si adunano a migliaia, a decine di migliaia, come massa. Ma non  facile che esse
rimangano adunate come massa intorno a lui, come un popolo intorno al suo Fhrer; accade loro
esattamente ci che sperimentano dapprima gradualmente, nel corso degli anni, i popoli adunati intorno
al Fhrer: rispetto a lui, diventano sempre pi piccole. Non appena lo hanno raggiunto, incominciano a
rimpicciolire con la massima rapidit, fino alle dimensioni di pochi millimetri, e diventa perfettamente
chiaro il vero rapporto in cui si trovano con lui. Egli, un gigante rispetto a loro; esse, minuscole
creature che si agitano intorno a lui. E non ci si ferma qui: il grand'uomo le inghiotte. Esse finiscono
letteralmente in lui, per poi definitivamente svanire. La sua influenza su di esse  tale da annientarle.
Tutto ci che erano torna ora a profitto del suo corpo.
Sebbene qui egli non sia propriamente l'unico,  pur sempre la sua unicit ci che davvero
importa. Per questo stadio del potere, che  familiare a noi tutti, Schreber offre un'immagine che non
potrebbe essere pi chiara e cogente. Non lasciamoci spaventare dal fatto che tale immagine si colloca
nel contesto di un delirio. Dobbiamo attingere le nostre conoscenze l dove esse si offrono a noi, e il
potere reale, nelle forme estreme che ci sono note, quanto a delirio non  da meno. Certo, Schreber non
pu dirci nulla circa il modo in cui gli uomini raggiungono il potere: sarebbe necessario, a questo
proposito, esaminare la loro prassi. Nondimeno, non mi sembra affatto trascurabile imparare da lui a
che cosa miri il potere.
Spero di non deludere, concludendo con il caso Schreber. Si dovrebbe essere accecati come lui,
o come uno dei veri potenti che ho descritto, per mettersi l'animo in pace. In fin dei conti, sono
interessati a ci tutti gli uomini, tutti noi, e la parte di gran lunga pi importante di una ricerca su
questo potere dovrebbe essere quella dedicata a chiarire perch gli ubbidiamo. Era qui mia intenzione
limitarmi all'aspetto interno del potente, che ci sembra inconcepibile, cui tutto in noi si rivolta, e che
proprio per questo dobbiamo avere con estrema chiarezza dinanzi agli occhi.
1 Sul rapporto fra sopravvivenza e potere, Canetti si  soffermato a lungo nel suo saggio Masse
und Macht, Glaassen, Hamburg, 19712 (trad. it. Massa e potere, Adelphi, Milano, 19863), di cui il
presente scritto sintetizza alcuni punti principali. Massa e potere contiene anche i relativi rimandi
bibliografici e fonti storiche. Per quanto riguarda in particolare il sopravvivere, cfr. Massa e potere,
cit., cap. vi,  Il sopravvissuto , pp. 276-336 (N.d.T.).
2 Cfr. Massa e potere, cit., pp. 469-78,  Le posizioni dell'uomo: il loro contenuto di potere 
(N.d.T.).
3 Cfr. Massa e potere, cit., pp. 302, 303, 580 (N.d.T.).
4 E.S.C. Handy, Polynesian Religion, Honolulu, 1927, pp. 31 sgg. (N.d.T.).
5. Cfr. Massa e potere, cit., pp. 303-305, 580 (N.d.T.). 20
6 Cfr. ibid., pp. 305-306, 580 (N.d.T.).
7 L. Fison, Tales from Old Fiji, London, 1904, pp. 51-53 (N.d.T.).
8 Cfr. Massa e potere, cit., pp. 296, 579 (N.d.T.).
9 Cfr. ibid., pp. 292, 515-28, 579, 584 (N.d.T.).
10 D.P. Schreber, Denkwrdigkeiten eines Nervenkranken, Leipzig, 1903 (trad. it. Memorie di
un malato di nervi, Adelphi, Milano, 1974); cfr. Massa e potere, cit., pp. 528-71 (N.d.T.).
11 S. Freud, Psychoanalytische Bemerkungen ber einen autobiographisch beschriebenen Fall
von Paranoia (Dementia paranoides) (trad. it. Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia
(dementia paranoides) descritto autobiograficamente (Il caso clinico del presidente Schreber), in S.
Freud, Opere, Boringhieri, Torino, 1974, vol. VI).
KARL KRAUS, SCUOLA DI RESISTENZA
 tipico dell'insaziabilit, ma anche della veemenza degli anni giovanili, che un fenomeno,
un'esperienza, un modello scacci da solo tutti gli altri. Siamo allora ardenti e pronti a espanderci,
afferriamo questo e quello, lo rendiamo il nostro idolo, ci assoggettiamo a esso, aderendovi con una
passione che esclude tutti gli altri. E non appena uno ci delude lo facciamo precipitare dalla sua altezza
e lo frantumiamo senza esitazioni; non vogliamo essere giusti: ha contato troppo per noi. Tra i frantumi
del vecchio idolo insediamo l'idolo nuovo. Importa poco che esso vi si trovi a disagio. Siamo
capricciosi e arbitrari con i nostri idoli; non badiamo alla loro sensibilit; esistono per essere innalzati e
abbattuti e si susseguono in numero stupefacente, tanto diversi e opposti tra loro che rimarremmo
sorpresi se potessimo abbracciarli tutti con un solo sguardo. L'uno o l'altro di essi riesce a diventare un
dio, e dunque perdura, viene risparmiato; nessuno gli metter le mani addosso. Su di esso pu agire
solo il tempo, non la volont ostile di qualcuno. Un idolo simile pu deteriorarsi o sprofondare a poco a
poco nel terreno cedevole: nondimeno, rester pur sempre pressoch intatto, non perder la sua forma.
Ci s'immagini la distruzione di questo recinto sacrale che un uomo porta in s quando ha
vissuto per un certo numero d'anni. Nessun archeologo riuscirebbe a ricostruirne razionalmente il
disegno. Gi i simulacri divini rimasti intatti, riconoscibili, formano da s soli un pantheon enigmatico.
E lo scavatore troverebbe poi macerie su macerie, sempre pi strane, sempre pi fantastiche. Come
riuscirebbe a capire perch proprio queste macerie si sovrappongano a quelle? L'unica cosa che hanno
in comune  il modo in cui sono state distrutte: se ne potrebbe dedurre soltanto che l infier sempre il
medesimo barbaro. La cosa pi saggia sarebbe non andare a toccare questo recinto sacrale di rovine.
Oggi tuttavia mi sono proposto di non essere saggio e di parlare di uno dei miei idoli che fu un dio, e
che ci nonostante, dopo forse cinque anni di sovranit assoluta, venne rimosso, e dopo un pi lungo
periodo fu abbattuto.  passato ormai molto tempo e posso in certa misura rendermene conto. Oggi so
perch Karl Kraus mi giunse perfettamente a proposito, perch gli fui soggetto e perch infine assunsi
verso di lui una posizione di difesa.
Nella primavera del 1924 - ero tornato a Vienna solo da poche settimane - fui portato per la
prima volta da amici a una lettura1 di Karl Kraus.
La grande sala da concerto era piena zeppa. Io sedevo molto indietro e, da quella distanza,
potevo vedere poco: un uomo piccolo, piuttosto gracile, un po' curvo in avanti, con un viso che finiva a
punta, di una inquietante mobilit, che non riuscivo a capire - aveva in s qualcosa di una creatura
sconosciuta, di un animale scoperto solo ora, non avrei saputo dire quale. La voce era tagliente e mossa
e dominava agevolmente la sala, a tratti - e piuttosto spesso - si intensificava di colpo.
Ci che per potevo osservare molto bene erano le persone intorno a me. C'era nella sala un
clima che avevo conosciuto nei grandi raduni politici: come se tutto ci che l'oratore aveva da dire
fosse gi noto e atteso. Per il nuovo venuto che per otto anni, e forse gli anni pi importanti, dagli
undici ai diciannove, non era stato a Vienna, ogni cosa in ogni particolare era nuova e sorprendente.
Ci che l si stava dicendo, e si diceva con enfasi appassionata, come cosa importantissima, era infatti
legato a un'infinit di particolari della vita pubblica e anche della vita privata. Era dunque a tutta prima
sconvolgente rendersi conto che in una citt accadevano tante cose, tutte degne di rilievo e
nell'interesse di tutti. La guerra e le sue conseguenze, vizi, assassinii, avidit di guadagno, ipocrisia, ma
anche errori di stampa, venivano estratti e isolati dai pi diversi contesti con la medesima irruente
energia, chiamati col loro nome, stigmatizzati, e in una sorta di furore scagliati su mille persone che
coglievano ogni parola, la disapprovavano, la acclamavano, la deridevano e la salutavano con giubilo.
Devo confessare che la cosa che pi mi sorprese fu innanzitutto la rapidit impetuosa
dell'effetto sulla massa? Com'era possibile che tutti sapessero con esattezza di cosa si trattava, che tutti
ne fossero gi al corrente, gi avessero disapprovato, e ora anelassero la condanna? Accuse totali
venivano esposte in una lingua stranamente cementata, in qualche misura affine ai paragrafi giuridici,
ininterrotta, uniforme, che risuonava come se avesse avuto inizio da anni e dovesse proseguire ancora
per anni, tal quale. L'affinit con la sfera del diritto si poteva anche cogliere nel fatto che tutto
presupponeva una legge stabilita e assolutamente inattaccabile, certa. Era chiaro ci che era buono e
ci che era cattivo. Era duro e naturale come il granito, che nessuno sarebbe riuscito a graffiare o a
scarabocchiare.
Si trattava per di un tipo molto particolare di legge, e io potei gi accorgermi la prima volta,
dalla totale estraneit con i colpevoli trasgressori, che cominciavo ad assoggettarmi a essa. Perch la
cosa inafferrabile e indimenticabile - indimenticabile per chiunque l'abbia vissuta, e vivesse poi ancora
per trecento anni - era che questa legge ardeva: essa irraggiava, bruciava e annientava. Da quelle
massime perfettamente connesse l'una con l'altra come pietre nelle mura di una rocca ciclopica,
scoccavano lampi improvvisi, non innocui, non illuminanti, e neppure lampi da teatro, ma lampi
mortali; e questa sequenza di punizioni annientanti che si compiva dinanzi a tutti, nell'orecchio di tutti,
appariva cos terrificante e possente che nessuno era in grado di sottrarvisi. Ogni sentenza era eseguita
sul posto. Una volta pronunciata, era irrevocabile. Noi tutti assistevamo all'esecuzione. Ci che fra le
persone nella sala creava un'acuta attesa non era tanto la proclamazione della sentenza quanto la sua
immediata esecuzione. Tra le vittime pi indegne ce n'erano alcune che si difendevano e non
accettavano d'essere giustiziate. Molte evitavano la battaglia aperta, ma altre la accettavano; la caccia
spietata che allora aveva inizio era lo spettacolo che l'uditorio godeva pi a fondo. Passarono decenni
prima che io capissi che a Karl Kraus era riuscito di sobillare gli intellettuali fino a farne una massa
aizzata, che si ritrovava insieme a ogni lettura e che durava, tesa nella sua eccitazione, finch la vittima
veniva abbattuta. Non appena la vittima era ridotta al silenzio, la caccia era esaurita. Un'altra caccia
poteva incominciare.
Il mondo delle leggi che Karl Kraus custod con  voce di cristallo , come  mago irato  -
sono parole di Trakl -, congiunse due sfere che non sempre si rivelano in rapporti cos stretti: la sfera
della morale e quella della letteratura. Nel caos intellettuale che segu la Prima guerra mondiale non vi
era forse nulla di pi necessario di questa congiunzione.
Di quali mezzi disponeva Kraus per ottenere i suoi effetti? Mi limiter ora a indicare i due
mezzi principali: l'uso delle parole alla lettera e il destare orrore.
L'uso delle parole alla lettera, per incominciare con esso, si manifestava nella sua sovrana
capacit di adoperare le citazioni. La citazione, dato il modo in cui egli la usava, deponeva contro
l'autore citato: era spesso il culmine, il compimento di ci che il commentatore mirava a produrre
contro di lui. Karl Kraus aveva il dono di condannare gli uomini usando le loro stesse parole. Ma
l'origine di questa maestria - e non so se codesto rapporto sia gi stato visto con chiarezza - stava in ci
che vorrei chiamare la citazione acustica.
Kraus era assillato da voci: una situazione che  meno rara di quanto si pensi - ma con una
differenza: le voci che lo assillavano esistevano veramente nella realt viennese. Erano frasi staccate,
parole, esclamazioni, che egli poteva udire dovunque per le strade, nelle piazze, nei locali. La maggior
parte degli scrittori d'allora era gente esperta nell'udire con un orecchio solo. Erano disposti a
frequentare i loro pari, talvolta per ascoltarli, pi spesso per obiettare.  il vizio ereditario
dell'intellettuale, comporre di intellettuali il proprio mondo. Anche Kraus era un intellettuale:
altrimenti non avrebbe potuto passare le sue giornate leggendo giornali, i pi diversi, in cui
apparentemente c'era sempre la stessa cosa. Ma poich il suo orecchio era sempre in ascolto -    non si
chiudeva mai, era sempre in funzione, udiva sempre - egli riusciva a leggere anche quei giornali come
se li udisse. Le parole nere, stampate, morte, erano per lui parole sonore. Quando poi le citava, era
come se facesse parlare delle voci: citazioni acustiche.
E poich egli citava tutto senza distinzioni, senza ignorare alcuna voce, senza sopprimerne
alcuna -    poich tutte quelle voci stavano l'una di fianco all'altra, in una sorta di equiparazione che
prescindeva dal rango, dall'importanza e dal valore -, Karl Kraus era la persona incomparabilmente pi
viva che la Vienna d'allora potesse offrire.
Era il pi strano dei paradossi: quell'uomo estremamente sprezzante, il pi drastico spregiatore
della letteratura mondiale dal tempo dello spagnolo Quevedo e di Swift, una sorta di flagello divino
sull'umanit colpevole, lasciava la parola a tutti. Non era in grado di sacrificare la voce pi infima, pi
futile, pi vacua. La sua grandezza consisteva nel fatto che egli solo, letteralmente solo, confrontava,
udiva, spiava, attaccava e sferzava il mondo fin dove lo conosceva, tutto il suo mondo globalmente, in
tutti i suoi rappresentanti, innumerevoli. Egli era dunque l'esatto opposto di tutti gli scrittori - l'enorme
maggioranza degli scrittori - che ungono di miele la bocca degli uomini per esserne amati e apprezzati.
Sulla necessit di una figura come la sua non  certo il caso di sprecare parole, proprio perch figure
del genere scarseggiano assai.
Pongo qui l'accento su Kraus vivente, e in particolare su Kraus in atto di parlare a molti. Non lo
si ripete abbastanza: il vero Karl Kraus, il Kraus che scuoteva dal sonno, che tormentava e fracassava,
il Kraus che entrava nel sangue, dal quale si era afferrati e scrollati, tanto che poi ci volevano degli anni
per radunare le proprie forze e contrapporsi a lui, era l'oratore. In tutta la mia vita non ho mai saputo di
un oratore paragonabile a lui in nessuno degli mbiti linguistici europei che mi sono familiari.
Tutte le sue passioni - ed erano sviluppate con estrema ricchezza - mentre egli parlava si
comunicavano agli ascoltatori e d'un tratto divenivano le loro. Ci vorrebbe un libro per trattare a fondo
di quelle passioni, per rappresentare la sua collera, il suo scherno, la sua amarezza, il suo disprezzo, la
sua adorazione quando si trattava dell'amore e delle donne - adorazione mai disgiunta da una certa
cavalleresca gratitudine per il sesso femminile in quanto tale -, la sua piet e la sua tenerezza verso
coloro che erano sprovvisti d'ogni potere, la micidiale audacia con cui dava la caccia ai potenti, la
volutt con cui scavava nel loro animo smascherandone l'ottusit tipicamente austriaca, l'orgoglio con
cui creava il vuoto intorno a s, la sempre attiva venerazione per i suoi di cos diversi uno dall'altro,
come Shakespeare, Claudius, Goethe, Nestroy, Offenbach. Per il momento posso solo indicare queste
passioni, bench il solo fatto di enumerarle mi stimoli a dirne qualcosa di pi concreto e anzi a
rappresentarle come se fossi appena uscito da una lettura di Kraus. Devo per porne in evidenza
almeno una, che avevo gi menzionato. Era ci che in lui sarei propenso a definire propriamente
biblico: il suo destare orrore. Se dovessimo limitarci a indicare una sola qualit che lo distingueva da
tutte le altre figure pubbliche del suo tempo, dovremmo dire: Karl Kraus era il maestro del destare
orrore.
Ancor oggi se ne convincer facilmente chiunque apra Gli ultimi giorni dell'umanit.2 Balza
agli occhi il suo rappresentare sempre gli uni di fianco agli altri coloro che la guerra ha degradato e
coloro che la guerra ha reso tronfi: invalidi di guerra a fianco di profittatori di guerra, il soldato cieco a
fianco dell'ufficiale che vuol essere salutato da lui, il volto nobile dell'impiccato dinanzi alla smorfia
grassa del boia - tutto ci, in Kraus, non ha a che fare con le cose cui ci ha abituato il cinematografo,
con i suoi contrasti a buon mercato:  tutto ancora pregno del proprio orrore, intero e inestinguibile.
Quando egli diceva queste cose, mille persone erano paralizzate dinanzi a lui; l'orrore che egli
destava ogni volta, leggendo come spesso fece brani della sua opera, rigenerava l'energia della visione
originaria di cui ciascuno si sentiva pregno. In tal modo gli riusc di creare fra i suoi ascoltatori almeno
un modo di sentire omogeneo e irrevocabile: l'odio assoluto verso la guerra. Doveva giungere una
seconda guerra mondiale e, dopo la distruzione di intere, respiranti citt, anche il suo prodotto pi
peculiare, la bomba atomica, perch questo modo di sentire divenisse generale e quasi ovvio. In questo
senso, Karl Kraus fu una sorta di precursore della bomba atomica, i cui terrori erano gi contenuti nelle
sue parole. Dal suo modo di sentire  derivata oggi una nozione cui gli stessi potenti devono aprirsi
sempre pi: che le guerre, tanto per i vincitori quanto per i vinti, sono assurde e perci impossibili, e
che la loro proscrizione irrevocabile  ormai solamente una questione di tempo. Prescindendo da ci,
che cosa ho imparato da Karl Kraus? Che cosa di lui penetr in me cos profondamente che io non
riuscii pi a separarlo dalla mia persona?
Innanzitutto il senso di assoluta responsabilit. Questo senso lo avevo dinanzi a me in una
forma che confinava con l'ossessione, e nulla che vi fosse inferiore pareva degno di una vita. Ancor
oggi questo modello mi sta dinanzi cos potente che tutte le successive formulazioni della medesima
esigenza non possono che apparire inadeguate. C' la povera parola engagement ( impegno ), che era
nata per divenire banale e che oggi cresce ovunque come la gramigna. Essa suona come se di fronte
alle cose davvero importanti dovessimo assumere una posizione impiegatizia. La ve-ta responsabilit 
cento volte pi ardua poich  sovrana e si determina da s.
In secondo luogo, Karl Kraus mi ha aperto le orecchie, e nessuno avrebbe saputo farlo come lui.
Dopo averlo udito, non mi  pi possibile non udire. Incominci con le voci della citt intorno, le
esclamazioni, le grida, le deformazioni della lingua colte per caso; in special modo con ci che era
falso e fuor di proposito. Tutto ci era al tempo stesso comico e atroce, e il legame fra codeste due sfere
mi risult da allora perfettamente naturale. Grazie a lui cominciai a capire che ciascun uomo ha una sua
fisionomia linguistica con cui si stacca da tutti gli altri. Compresi che gli uomini si parlano, s, l'un
l'altro, per non si capiscono; che le loro parole sono colpi che rimbalzano sulle parole altrui; che non
vi  illusione pi grande della convinzione che il linguaggio sia un mezzo di comunicazione fra gli
uomini. Si parla a un altro, ma in modo che questi non comprenda. Si continua a parlare, e quegli
comprende ancor meno. Si grida, si torna a gridare, e l'esclamazione, che nella grammatica vive una
povera vita, s'impadronisce del linguaggio. Le grida balzano qua e l come palle, colpiscono, ricadono
al suolo. Di rado qualcosa penetra negli altri, e quando accade  qualcosa di distorto.
Ma quelle stesse parole che non sono comprensibili, che agiscono isolate, che danno luogo a
una specie di figura acustica, non sono rare o nuove, inventate dalle creature che mirano alla loro
singolarit: sono le parole che vengono usate pi di frequente, frasi comunissime per tutti, ripetute
centomila volte; e di questo, proprio di questo si servono per dimostrare la loro caparbiet. Parole belle,
brutte, nobili, comuni, sacre, profane, capitate tutte in questo tumultuoso serbatoio; e ciascuno ne trae
fuori ci che si addice alla propria inerzia; e lo ripete finch le parole non sono pi riconoscibili, finch
dicono tutt'altro, il contrario di ci che una volta significavano.
La deformazione della lingua conduce al caos delle figure separate. Karl Kraus, estremamente
sensibile agli abusi della lingua, aveva il dono di captare in statu nascendi e di non lasciarsi pi
sfuggire i prodotti di questi abusi. Per chi lo ascoltava si apriva cos una dimensione nuova della lingua,
che  inesauribile e alla quale prima si faceva ricorso solo sporadicamente, senza l'opportuna coerenza.
Ricorder qui solo di sfuggita la grande eccezione a questa regola. Nestroy, dal quale Karl Kraus
impar tanto quanto io stesso da lui.
Vorrei ora parlare di qualcosa che stava in netto contrasto con la spontaneit del suo orecchio:
della forma della sua prosa. Ogni brano di prosa un po' lungo di Kraus pu essere tagliato in due,
quattro, otto, sedici parti, senza che in tal modo gli si tolga davvero qualcosa. Le pagine si allineano
alle pagine, il loro peso  equivalente. Possono essere riuscite meglio o peggio, comunque continuano a
proliferare in un peculiare addentellarsi, di natura per meramente esteriore, che non permette di
prevedere una fine necessaria. Ogni pezzo che egli rese autonomo conferendogli un titolo potrebbe
essere lungo il doppio o la met. Nessun lettore imparziale potr stabilire perch esso non sia terminato
prima o perch non prosegua ancora. Regna un arbitrio di continuit che non soggiace ad alcuna regola
palese. Finch ha in mente un tema, egli prosegue; e perlopi gli resta in mente molto a lungo. Un
principio strutturale sovraordinato non c' mai. Perch la struttura, che manca al tutto,  presente in
ogni singola proposizione e salta agli occhi. In Karl Kraus tutte le voglie di costruzione architettonica,
che di solito abbondano negli scrittori, si esauriscono nella singola proposizione. La sua
preoccupazione: essere inattaccabile, nessuna lacuna, nessuna fessura, nessuna virgola falsa
-proposizione per proposizione, pezzo per pezzo si commette la compagine di una muraglia cinese. E
quella compagine  dappertutto ugualmente ben commessa, il suo carattere  sempre riconoscibile, ma
che cosa veramente recinga non lo sa nessuno. Non c' un regno dietro questa muraglia, essa stessa  il
regno, tutte le linfe che possono esservi nel regno sono andate a finire nella costruzione. Ormai non si
pu pi dire che cosa era dentro e che cosa era fuori, il regno si stendeva da tutte e due le parti,
muraglia verso l'interno e verso l'esterno. La muraglia  tutto, ciclopica impresa fine a se stessa, che
traversa il mondo, su e gi per i monti, per le valli e le pianure e tanti deserti. Forse crede di esser viva,
perch tutto all'infuori di essa  distrutto. Degli eserciti che la popolavano e a cui spettava di fare la
guardia  restato solo un unico, solitario guardiano. Questo guardiano solitario  al tempo stesso
l'essere solitario che porta avanti la costruzione. Dovunque egli guardi, l egli sente la necessit di
erigere un nuovo pezzo della muraglia. A questo fine gli si offrono i materiali pi diversi ed egli riesce
a squadrarli tutti in nuovi blocchi. Si pu andare avanti per anni su questa muraglia senza che essa
abbia mai fine.
Credo che un certo malessere circa la natura di questa muraglia e lo spettacolo desolato dei
deserti da tutte e due le parti di essa siano stati ci che gradualmente mi pose contro Kraus. I blocchi
squadrati con cui Kraus costruiva erano infatti condanne, e in esse era finito tutto ci che era vissuto
nel territorio circostante. Il guardiano era divenuto morbosamente avido di condanne; per la
fabbricazione dei suoi blocchi squadrati e della sua muraglia che non finiva mai erano necessarie
sempre pi condanne, che egli si procurava a spese del suo stesso regno. Kraus dissanguava ci che
doveva custodire; per i suoi alti scopi, certo, ma in modo tale che d'intorno si faceva sempre pi il
deserto, e alla fine poteva nascere il timore che il fine ultimo della sua esistenza consistesse nella
costruzione di quella indistruttibile muraglia di condanne.
Il nocciolo della questione era che egli aveva arrogato a s ogni condanna, non concedendone
una propria ad alcuno di coloro che vedevano in lui un esempio. Chiunque lo seguiva poteva ben presto
avvertire su di s le conseguenze di questa coercizione.
La prima cosa che accadeva dopo aver ascoltato dieci o dodici letture di Karl Kraus, dopo aver
ietto una o due annate della  Fackel  ,3 era un generale avvizzirsi della volont di sentenziare da s.
Sopravveniva un'invasione di verdetti forti e inesorabili, in relazione ai quali non sussisteva il minimo
dubbio. Ci che era stato deliberato in quella superiore istanza valeva per certo, come se fosse
presuntuoso procedere a una verifica; e allora non si prendevano neppure in mano autori che fossero
stati condannati da Kraus. Bastavano anche piccole sprezzanti osservazioni marginali, che spuntavano
come erbe tra i massi della sua rocca di proposizioni, perch coloro che ne erano l'oggetto fossero
evitati una volta per tutte. Subentrava una sorta di riduzione: mentre nei precedenti otto anni della mia
assenza da Vienna, trascorsi a Zurigo e a Francoforte, mi ero aggirato in tutta la letteratura come un
lupo affamato di letture, inizi ora un periodo di limitazione, di riserva estetica. Ci comportava il
vantaggio di volgersi in modo intensivo agli autori cui Kraus concedeva valore: Shakespeare e Goethe
naturalmente; Claudius; Nestroy, di cui Kraus per primo riport in vita e dischiuse le opere pi
personali e dense di conseguenze; il primo Hauptmann, fino a Pippa,4 di cui Kraus soleva leggere il
primo atto; Strindberg e Wedekind che nei primi anni avevano l'onore di comparire sulla  Fackel  ; e
dei moderni, ancora, Trakl e la Lasker-Schler. Come si vede, Kraus non obbligava certo a leggere gli
scrittori peggiori. Per Aristofane, che egli rimaneggiava, non avevo certo bisogno di lui, e del resto non
sarebbe riuscito a distogliermene, e neppure dall'epopea di Gilgamesh e dall'Odissea: da lungo tempo
queste opere avevano lasciato tracce profondissime nel mio spirito. Kraus lasciava fuori questione i
romanzieri, i narratori in genere; credo che lo interessassero poco, ed era una fortuna. Cos, anche sotto
la sua spietata dittatura, potei leggere indisturbato Dostoevskij, Poe, Gogol' e Stendhal, e accoglierli
come Kraus non avrebbe mai fatto. Direi che queste letture furono allora la mia segreta esistenza in
cantina. Da essa, e dai pittori Grnewald e Breughel, cui la sua parola non giungeva, trassi senza
ancora accorgermene le forze per la successiva ribellione. Perch allora io ho realmente fatto
l'esperienza di che cosa vuol dire vivere sotto una dittatura. Io ero un suo sostenitore volontario,
devoto, appassionato ed entusiasta. Un nemico di Karl Kraus era un uomo spregevole, immorale; e se
non mi spinsi al punto, cosa che nelle dittature successive divenne consueta, di sterminare i presunti
insetti immondi, pure avevo anch'io, lo debbo confessare con vergogna - s, non posso dire in altro
modo: avevo anch'io i miei  Ebrei ', uomini che evitavo di guardare quando li incontravo nei locali e
per le strade, che non degnavo di uno sguardo, il cui destino non mi importava affatto, che da me erano
respinti e proscritti, il cui contatto mi avrebbe contaminato, che io con assoluta seriet non consideravo
pi parte dell'umanit: le vittime e i nemici di Karl Kraus. Ci nonostante non era affatto una dittatura
senza frutto, e poich mi sottomisi spontaneamente a essa e infine, altrettanto spontaneamente, riuscii a
liberarmene, non ho alcun diritto di accusarla. Del resto, proprio perch vi sono passato attraverso, mi
sono profondamente disgustato del diffuso malcostume di accusare gli altri.
 importante avere un modello che possiede un mondo ricco, turbolento, inconfondibile, un
mondo che da solo egli ha presentito, da solo ha riconosciuto, accettato, sperimentato, escogitato.5
L'autenticit del suo mondo  ci che il modello d effettivamente a coloro che lo riconoscono come
tale, ci con cui egli si imprime pi a fondo. Da questo mondo ci si lascia avvolgere e sopraffare, e non
posso immaginarmi uno scrittore che da principio non sia stato neppure una volta dominato e
paralizzato da un autenticit estranea. Nell'umiliazione di questa violenza subita, quando egli sente di
non aver pi nulla di proprio, di non essere se stesso, di non sapere chi egli stesso sia, cominciano a
destarsi le sue forze nascoste. La sua persona si articola, nasce dalla resistenza: ovunque egli si liberi,
c' stato qualcosa che lo ha liberato.
Ma quanto pi ricco era il mondo di colui che lo teneva sottomesso, tanto pi ricco diventer il
suo proprio mondo, che da quello si svincola.  dunque un bene desiderare dei modelli forti e ricchi.
Ed  un bene soggiacere a uno di essi se davvero, solo segretamente, in una sorta di oscurit da schiavi,
si  assorti nel proprio peculiare possesso, del quale ancora ci si vergogna, e giustamente, poich
ancora non  visibile.
Sono funesti i modelli che si spingono perfino all'interno di questa oscurit e tolgono il
respiro anche nell'ultima, pi misera cantina. Ma sono pericolosi anche i modelli d tipo
completamente diverso, quelli che ricorrono alla corruzione e troppo presto diventano utili nelle
piccolezze, quelli che a un seguace, solo perch si inchina umilmente dinanzi a loro, danno a intendere
che qualcosa di suo gi esiste. Si finisce allora per vivere delle loro buone grazie, come animali
addestrati e soddisfatti di ricevere qualche leccornia dalle loro mani.
Nessuno infatti, quando  al principio, pu sapere che cosa trover in s. E come potrebbe
anche solo presentire ci che trover, dal momento che ci che trover non esiste ancora? Con
strumenti presi in prestito egli scava in un terreno che esso pure  preso in prestito ed estraneo,  un
terreno che appartiene ad altri. Quando per la prima volta, d'improvviso, si trova dinanzi qualcosa che
non conosce, che non gli giunge da nessuna parte, egli si spaventa e vacilla: poich quella  veramente
cosa sua.
Pu essere una cosa da poco, un'arachide, una radice, una minuscola pietra, una puntura
velenosa, un odore nuovo, un suono inesplicabile, o anche una linfa oscura che si spinge lontano:
quando egli ha il coraggio e l'accortezza di destarsi dalla prima vertigine di paura per riconoscere e dar
nome a ci che ha trovato, allora comincia la sua vera vita.
1 Le Vorlesungen di K. Kraus erano molto spesso vere e proprie  letture teatrali  di testi suoi
e altrui (N.d.T.).
2 K. Kraus, Die letzten Tage der Menschheit, Wien, 1922 (trad. it. Gli ultimi giorni
dell'umanit, Adelphi, Milano, 1980) (N.d.T.).
3  Die Fackel , rivista fondata da K. Kraus nel 1899 nella quale, a partire dal 1911, apparvero
esclusivamente articoli da lui scritti o tradotti (N.d.T.).
4 Und Pippa tanzt (E Pippa balla, 1906), tragedia di G. Hauptmann (N.d.T.).
5 Canetti sottolinea qui, in modo intraducibile, le particelle che intervengono nei verbi composti
cui egli ricorre: an-gesehen, er-dacht, ecc. (N.d. T.).
DIALOGO CON IL TERRIBILE PARTNER
Mi sarebbe difficile andare avanti in ci che faccio pi volentieri, se non tenessi talvolta un
diario. Non che io adoperi poi quelle pagine: esse non costituiscono mai la materia grezza per il mio
vero lavoro. Ma un uomo come me, un uomo che conosce la violenza delle sue impressioni, sperimenta
ogni particolarit di ogni giorno come se si trattasse del suo unico giorno, vive di vere e proprie
esagerazioni - non si potrebbe chiamarle altrimenti - e d'altronde non combatte questa sua natura
poich ci che gli preme  lo spicco, l'acutezza e la concretezza di tutte le cose che compongono una
vita -, un uomo del genere esploderebbe o in qualche altro modo andrebbe in pezzi se non si calmasse
scrivendo un diario.
Calmarmi  forse la ragione fondamentale per cui tengo un diario. Si stenta a credere quanto la
frase scritta possa calmare e domare l'uomo. La proposizione  sempre un  altro '1 rispetto a colui che
la scrive. Gli sta dinanzi come qualcosa di estraneo, una subitanea, solida muraglia, di l dalla quale
non si pu saltare. Si potrebbe forse aggirarla; ma prima ancora che si sia giunti dall'altra parte, ecco
sorgere ad angolo acuto con essa una nuova muraglia, una nuova proposizione, non meno estranea, non
meno solida e alta, che essa pure alletta affinch la si aggiri. Gradualmente viene componendosi un
labirinto, in cui chi l'ha costruito si orienta a stento. Girando e rigirando, egli si calma.
Alle persone che compiono il pi vicino aggiramento di uno scrittore riuscirebbe insopportabile
sentire tutto ci che lo ha eccitato. Le eccitazioni sono contagiose, e gli altri, si spera, hanno una loro
propria vita che non pu consistere solo delle eccitazioni del prossimo: altrimenti finirebbero soffocati.
Vi sono cose, inoltre, che non si possono dire a nessuno, neppure ai pi intimi, poich di esse ci si
vergogna troppo. Non  bene che non vengano mai espresse; non  bene che cadano nell'oblio. Tanto, i
meccanismi grazie ai quali ci si rende la vita facile sono gi fin troppo ben congegnati. Si comincia a
dire, un po' titubanti:  Veramente non ne ho colpa , e in un batter d'occhio si dimentica tutto. Per
sfuggire a questa indegnit bisogna mettere per iscritto ci di cui si prova vergogna, e poi, molto pi
tardi, anni pi tardi forse, quando si trasuda contentezza di s da tutti i pori, quando meno ce lo si
aspetta, trovarsi ad un tratto orripilat davanti a ci che si era scritto.  Di questo ero capace, questo ho
fatto . La religione che assolve una volta per tutte da questo orrore pu andar bene per coloro che non
hanno il compito di pervenire a una piena e vigile consapevolezza dei propri processi interiori.
Chi vuol davvero sapere tutto, impara specialmente da se stesso. Ma non deve risparmiarsi e
deve trattare se stesso come se fosse un altro, con una durezza che non sia minore, ma anzi maggiore.
La vacuit di molti diari consiste nel fatto che in essi non si trova nulla di cui l'autore voglia
calmarsi. Alcuni, e parrebbe incredibile, sono soddisfatti di tutto ci che li circonda, perfino di un
mondo che sta andando in rovina; altri, in ogni peripezia, sono soddisfatti di s.
La funzione calmante del diario non , dunque, di cos vasta portata.  una calma temporanea,
che placa la momentanea impotenza e rende la giornata chiara abbastanza per lavorare. Considerato in
una lunga prospettiva di tempo, il diario ha invece l'effetto opposto, non permette la narcosi, disturba il
processo naturale di trasfigurazione di un passato che resta in bala di se stesso, tiene svegli e mordenti.
Ma prima di dire qualcosa di pi preciso circa questa e alcune altre funzioni dei diari, vorrei
separare alcuni scritti che non considero propriamente tali. Distinguo infatti tra quaderni d'appunti
(Aufzeichnungen), agende (Merkbcher) e diari veri e propri (Tagebcher).
QUADERNI D'APPUNTI
Di questi ho gi parlato nella prefazione alla scelta delle mie Aufzeichnungen 1942-1948.2 
necessario per che per farmi capire io ripeta qui i punti essenziali. I  quaderni d'appunti  sono
spontanei e contraddittori. Contengono idee che talvolta nascono da una tensione insopportabile, ma
spesso anche da grande leggerezza. Non si pu evitare che un lavoro che va avanti da anni, giorno per
giorno, ci paia talvolta pesante, vano o tardivo. Lo detestiamo, ci sentiamo accerchiati, ci toglie il
respiro. D'improvviso ogni cosa al mondo ci sembra pi importante di quel lavoro, nel quale ci
sentiamo limitati e falliti. Come pu esserci qualcosa di buono in un lavoro che consapevolmente
esclude tanta altra realt? Ogni suono estraneo echeggia come da un paradiso vietato, mentre ogni
parola che aggiungiamo alle pagine su cui stiamo lavorando da tanto tempo, ha nella sua docile
acquiescenza, nella sua servilit, il colore di un inferno consentito e banale. In ogni lavoro obbligato
c' qualche cosa di insopportabile che pu risultare molto pericoloso per il lavoro stesso. Un uomo, ed
 questa la sua pi grande fortuna,  mille volte molteplice e solo per un certo periodo pu vivere come
se non lo fosse. Nei momenti in cui egli si vede come uno schiavo dei propri intenti, una cosa soltanto
pu essergli d'aiuto: deve cedere alla molteplicit delle sue inclinazioni e mettere gi, senza
selezionarle, le cose che gli passano per la testa. Tutto ci deve affiorare come se non arrivasse da
alcun luogo e non portasse in alcun luogo: han da essere perlopi appunti brevi, rapidi, spesso fulminei,
non verificati, non padroneggiati, senza ambizioni e senza alcun obiettivo. Quello stesso scrivente che
altrimenti  solito comandare a bacchetta, diventa per un attimo il docile trastullo delle idee che gli
passano per il capo. Mette per iscritto cose che non avrebbe mai sospettato in s, che contraddicono la
sua storia, le sue convinzioni, il suo modo di fare, il suo pudore, il suo orgoglio e la sua verit,
altrimenti difesa con ostinazione. La pressione con cui tutto ci ha inizio s'allontana infine da lui, e pu
accadergli di divenire improvvisamente leggero e di registrare con una sorta di beatitudine le cose pi
schiette. Ci che cos si produce, ed  moltissimo,  meglio se egli lo metta da un canto senza pi
badarci. Se ci riesce veramente, per molti anni, vuol dire che ha conservato fiducia nella spontaneit, la
quale  l'ossigeno indispensabile di questi quaderni d'appunti; infatti, una volta perduta la spontaneit,
i quaderni non servono pi a niente, e si pu benissimo restar fissi nel proprio lavoro. Molto pi tardi,
quando tutto appare ormai come se fosse scritto da un'altra persona,  possibile ritrovare nei quaderni
cose che, per quanto potessero forse sembrare prive di senso a colui che le scrisse, d'improvviso
acquistano significato per altri. E poich chi le scrisse  ora egli stesso un altro, pu trasceglierne ci
che serve senza particolare fatica.
AGENDE
Ogni persona, seguendo l'esempio dell'umanit intera, vorrebbe crearsi un proprio calendario.
La principale attrazione del calendario consiste nel fatto che esso continua sempre. Per numerosi che
siano i giorni gi trascorsi, altri ne seguiranno. I nomi dei mesi tornano a ripetersi, e ancor pi di
frequente quelli dei giorni. Ma il numero che indica gli anni  sempre diverso. Cresce, non pu mai
diminuire, ogni volta  un anno in pi. Cresce costantemente, nessun anno pu essere saltato; proprio
come nella serie dei numeri, si va sempre avanti solo di uno. La misurazione del tempo esprime con
esattezza ci che l'uomo soprattutto si augura. Il ritorno dei giorni, di cui l'uomo conosce i nomi, gli
reca sicurezza. Si sveglia: che giorno  oggi? Mercoled,  di nuovo un mercoled, ci sono stati gi
molti mercoled. Egli per ha alle sue spalle non solo dei mercoled. Poich  il 30 ottobre,  un giorno
che rappresenta qualcosa di pi; e anche di simili giorni egli ne ha gi conosciuti una quantit. Ma dal
numero dell'anno, nel suo accrescimento lineare, egli spera d'essere condotto a millesimi sempre pi
elevati. Sicurezza e desiderio di lunga vita si congiungono nella misurazione del tempo, e l'una sembra
ideata in vista dell'altro.
Il calendario vuoto  tuttavia il calendario di ognuno; ora egli vuole che diventi il suo proprio
calendario, e perci deve riempirlo. Ci sono i giorni buoni e i cattivi, gli aperti e gli assediati. Se egli li
contrassegna, con poche parole o lettere, il calendario diventa inconfondibilmente il suo calendario. Gli
avvenimenti pi importanti fondano giorni commemorativi. Durante la sua giovinezza ce ne sono
ancora pochi; l'anno resta quasi bianco, la maggior parte dei giorni sono ancora liberi e inutilizzati per
il futuro. Ma gradualmente gli anni si riempiono, sempre di pi ritorna ci che era determinante, e alla
fine nel suo calendario non c' quasi pi un solo giorno inutilizzato: egli ha una sua storia.
Conosco persone che si beffano dei calendari degli altri  poich in essi c' cos poco . Ma
solo chi si  fatto il suo proprio calendario pu davvero sapere che cosa c' dentro. La scarsit dei segni
ne crea il valore. Esistono grazie alla loro concentrazione; il vissuto che  contenuto in essi  quasi
occultato da un incantesimo, non si logora e pu d'improvviso, in un anno diverso e per influsso di
eventi affini, sbocciare in qualcosa di straordinario.
Non vi  nessuno che non abbia diritto a una simile agenda. Ognuno, ma proprio ognuno,  il
centro del mondo, e il mondo  prezioso poich  pieno di tali centri. Questo  il senso della parola
uomo: ognuno un centro a fianco di innumerevoli altri, i quali lo sono quanto lui.
Le agende furono e sono in nuce dei veri e propri diari. Molti scrittori che non si fidano dei
diari, poich in essi potrebbe andare sprecata troppa della loro sostanza, tengono per delle agende.
Comunemente, agende e diari vengono confusi tra loro. Io li tengo nettamente separati. Nelle agende,
che sono quasi sempre piccoli calendari, segno molto brevemente ci che in particolare mi colpisce o
mi soddisfa. L si trovano i nomi delle pochissime persone grazie alle quali si  respirato e senza le
quali non si sarebbero sopportati tutti gli altri giorni. L'incontro con esse, la prima vicinanza, la loro
partenza, il ritorno, le loro malattie gravi, la loro guarigione, e la cosa pi orribile, la loro morte. Ci
sono poi i giorni delle idee balenate d'improvviso, che dapprima piombano addosso come spade, vanno
a fondo, riemergono e infine, trasformate, resistono per buona parte della vita; talvolta si segnano i
giorni in cui qualcosa di queste idee ha preso forma e ha soddisfatto. A questi giorni di superamento
espansivo e vittorioso si contrappongono gli altri, quelli nei quali noi stessi siamo stati sopraffatti: i
giorni in cui abbiamo letto qualcosa che, lo sentiamo subito, non ci abbandoner mai pi: Woyzeck, I
demoni, l'Aiace di Sofocle. Poi gli istanti in cui siamo venuti a conoscenza di costumi inauditi, di una
religione ignota, di una nuova scienza, di un ampliamento del mondo, di una nuova minaccia o, molto
di rado, di una nuova speranza per l'umanit. E inoltre i luoghi che finalmente si raggiungono, dopo
aver a lungo desiderato di visitarli. Tutto  menzionato soltanto in tre o quattro parole; i nomi sono la
cosa principale; si tratta del giorno in cui nuove cose, nuove persone sono apparse nella nostra vita, o vi
si  ripresentato come se fosse nuovo ci che era scomparso.
Di queste agende si pu dire con sicurezza una sola cosa: che non interessano a nessuno. Per
l'estraneo sono incomprensibili; e, se non lo sono, la monotonia della loro fissazione linguistica fa s
che esse siano la noia stessa.
Non appena in esse c' qualcosa di pi, non appena ha inizio la riflessione sulle cose, le agende
escono dall'mbito dei calendari per annotazioni e cadono in quello dei diari.
DIARI
Nel diario si parla con se stessi. Chi non riesce a farlo, chi vede dinanzi a s un pubblico, sia
pure un pubblico che verr in futuro, dopo la sua morte - quegli falsifica. Non  qui il caso di parlare di
tali diari falsificati. Anch'essi possono avere un loro valore. Ce ne sono alcuni straordinariamente
avvincenti; ci che in essi interessa  la misura della falsificazione: la loro attrattiva dipende dalle
capacit del falsario. Ci che per vorrei ora prendere in considerazione  il diario genuino, molto pi
raro e importante. Che significato ha per chi lo scrive, e in particolare per una persona che, anche
prescindendo dal diario, scrive moltissimo poich scrivere  la sua professione?
Spicca innanzitutto il fatto che un diario non si pu tenere sempre: ci sono lunghi periodi
durante i quali lo si schiva come qualcosa di pericoloso, quasi un vizio. Non si  smpre malcontenti di
s e degli altri. Ci sono momenti di indubbia felicit personale. Nella vita di un uomo per il quale la
propensione alla conoscenza  divenuta una seconda natura, questi momenti non possono essere molto
frequenti. Gli appariranno, dunque, estremamente preziosi. Avr paura di sciuparli. Poich lo
sorreggono, lui come ogni altro, durante il resto dell'esistenza che  molto pi lungo, egli ne ha
bisogno e perci non li tocca: lascia loro l'alone dei miracoli incomprensibili. Solo il loro crollo lo
indurr a riflettere. Come ha fatto a perderli? Che cosa glieli ha distrutti? In questo istante riprende il
dialogo con se stesso.
Pu accadere, in altri momenti, che il giorno intero vada consumato nel lavoro vero e proprio.
Il lavoro procede bene, con sicurezza; ha raggiunto uno stadio che supera le aspettative ed 
esente da dubbi, coincide tanto esattamente con ci che si  che al di fuori di esso non c' nulla, non
resta nulla. Vi sono buoni e importanti scrittori che in questo modo riescono a scrivere un libro dopo
l'altro. A s non hanno nulla da dire, il loro libro gi dice tutto. Riescono a distribuirsi completamente
nei loro personaggi. Ci che essi hanno elaborato costituisce una superficie, una tessitura cos ricca e
peculiare che impegna di continuo la loro attenzione e la loro memoria sensibile. Essi sono i veri e
propri capiofficina della letteratura, i pi fortunati tra gli scrittori. Per loro  naturale ridurre al minimo
l'intervallo tra un'opera e l'altra. La peculiarit della loro superficie li alletta nuovamente al lavoro. In
questa superficie hanno colto ci che si trasforma ed  cangiante nel mondo, il movimento che 
proprio della vita esteriore, e in essa s'aggirano come gli altri nel mondo.
Io sono l'ultimo a cui potrebbe venire in mente di prendere in giro o addirittura di schernire
questo genere di scrittori. Devono essere valutati in base alla necessit della loro particolare indole:
buona parte di quanto vi  di meglio nella letteratura mondiale appartiene a loro. In certi momenti ci si
augura un mondo in cui non sia possibile altra forma di arte letteraria. Certo, per, non ci si deve
aspettare dei diari genuini da questi scrittori. Essi anzi dubiteranno che tali diari possano essere scritti.
La loro sicurezza e la loro riuscita li colmano certo di disprezzo per altre indoli meno regolari e
uniformi. Basta per menzionare il nome di Kafka, con la sostanza e la natura del quale nessuno,
neppure il migliore fra gli scrittori che oggi si sentono cos sicuri, potrebbe osare misurarsi, per
convincerli dell'inammissibilit della loro intolleranza. E forse dovrebbe anche dar loro da pensare il
fatto che i diari siano l'esito pi importante di un uomo come Pavese: ci che di lui rester si trova nei
diari e non nelle sue opere.
Nel diario, dunque, si parla con se stessi. Ma che cosa significa? Ci si trasforma davvero in due
persone che intrecciano fra loro un dialogo in piena regola? E chi sono questi due? E perch son solo
due? Non potrebbero, non dovrebbero, essere molti? Perch dovrebbe essere senza valore un diario in
cui lo scrivente parlasse sempre a molti anzich a s solo?
Il primo vantaggio che presenta l'io fittizio al quale ci si volge sta nel fatto che egli ascolta
realmente.  sempre l, non si allontana. Non simula interesse, non lo fa per cortesia. Non interrompe,
lascia parlare. Non solo  curioso,  anche paziente. Posso parlare soltanto in base alla mia esperienza:
ma torno sempre a stupirmi che ci sia qualcuno disposto ad ascoltarmi con la stessa pazienza che uso io
con gli altri. Tuttavia non ci s'immagini che questo ascoltatore ci faciliti il compito. Poich ha il pregio
di capirci, con lui dobbiamo essere sinceri. Non solo  paziente,  anche maligno. Non lascia passare
nulla, indovina tutto. Si ricorda di ogni minimo dettaglio, e non appena ci accingiamo a falsarlo vi torna
su con veemenza. Nei miei sessantasette anni di vita non ho mai incontrato un interlocutore altrettanto
pericoloso, eppure ne ho conosciuti alcuni che chiunque potrebbe esibire senza vergognarsene. Forse il
suo vantaggio maggiore  che non rappresenta alcun interesse personale. Ha tutte le reazioni di una
persona autonoma, senza le sue motivazioni. Non difende alcuna teoria, non mena vanto di alcuna
scoperta. Ha un istinto pauroso per i moti del potere o della vanit. Naturalmente  avvantaggiato dal
fatto di conoscerci in tutte le fibre.
Quando mi coglie in un'inesattezza, in un difetto di conoscenza, in una debolezza, in una
pigrizia, mi piomba addosso come un fulmine. Quando dico:  Comunque non  grave, non  tanto di
me che mi importa, quanto della situazione del mondo, io sento il dovere di metterlo in guardia e
questo  tutto , lui mi ride in faccia.  Nondimeno, nondimeno,  dice poi, e mi permetto qui di citarlo
testualmente  l'errore di quelli che fanno i Buoni  - e gi quanto mi punge questa perfida espressione!
-  sta nel fatto che, di l dalla responsabilit che sentono e dal bene che forse davvero vogliono,
dimenticano di perfezionare lo strumento che permetta loro di far la conoscenza degli uomini e di
coglierli in mille particolarit rozze o sottili. Poich proprio da questi uomini scaturisce ci che accade
di pi terribile e di pi pericoloso per tutti. Per la sopravvivenza dell'umanit si pu solo sperare di
riuscire a capire a sufficienza come sono fatti gli uomini. Come osi dunque esibire sul tuo conto simili
falsit, solo perch ti fa comodo? .
 accaduto che io prevedessi qualcosa di terribile - nel mondo, voglio dire - che poi si 
puntualmente verificato. Non avevo nulla di meglio da fare che prenderne nota. Potevo dimostrarlo a
me stesso, era gi dinanzi a me gran tempo prima che accadesse. Probabilmente volevo procurarmi cos
un diritto per ulteriori predizioni. Cito qui la risposta annientante del mio interlocutore;  pi
importante della pietosa vanagloria di una profezia che si  avverata:  L'ammonitore, il profeta, la cui
predizione si avvera,  una figura stimata a torto. Egli ha agito troppo alla leggera, e si  lasciato
sopraffare dagli orrori che paventava ancor prima che si verificassero. Crede di ammonire, ma il suo
ammonimento, paragonato alla sua passione di preveggenza,  privo di ogni valore. Egli  ammirato
della propria preveggenza; ma non c' niente di pi facile. Quanto pi la previsione  terribile, tanto
pi  probabile che si avveri. Da ammirare sarebbe piuttosto un profeta che avesse predetto qualcosa di
buono. Poich questo e solo questo  inverosimile .
La coscienza, la cara vecchia coscienza - sento gi dichiarare da un lettore trionfante -, costui
parla con la sua coscienza! Si d delle arie perch tiene un diario per parlare con la sua coscienza! Ma
non  affatto cos. L'altro con cui parliamo nel diario muta le sue parti. Pu presentarsi,  vero, come
coscienza, e per questo gli sono molto obbligato, dato che gli altri ci rendono tutto troppo facile:
sembra che gli uomini trovino una speciale volutt nel lasciarsi abbindolare. Ma non  sempre una
coscienza. Talvolta sono io il mio partner, e gli parlo autoaccusandomi disperatamente, con una
violenza che non auguro a nessuno. Lui, allora, diventa tutt'a un tratto il consolatore dallo sguardo
acuto, che sa bene quando mi spingo troppo oltre. Egli vede che io come scrittore mi procuro spesso
malvagit e cattivi sentimenti che non sono affatto miei propri. Mi ricorda allora che in ultima analisi
ci che davvero conta  quello che uno fa, poich, quanto al pensare, tutti possono pensare tutto. Con
ironica gaiezza fa cadere le maschere del cattivo con cui ci pavoneggiamo e ci dimostra che non siamo
affatto cos  interessanti . Per questa sua parte gli sono ancora pi grato.
Egli ha ancora molte altre parti, e sarebbe alla fine noioso illustrarle tutte. Una cosa per
dev'essere posta in luce: un diario che non possegga questo carattere prettamente dialogico mi sembra
privo di valore; non potrei tenere il mio diario se non nella forma di tale colloquio con me stesso.
Non posso credere che la vivacit di queste due figure che si danno la caccia a vicenda sia un
futile gioco. Si tenga conto che se un uomo non riconosce le estreme istanze della fede, deve creare in
s qualche cosa di analogo per non ridursi al caos e alla totale impotenza. Il fatto che egli consenta a
queste figure di mutare ruolo e di agire in base ad esso liberamente, non significa che egli non le prenda
sul serio. In questo gioco egli potrebbe, ammesso che ci riesca, acquistare finalmente una sensibilit
morale pi sottile di quella che gli viene prescritta dalle norme consuete del mondo. Queste ultime,
infatti, sono morte per i pi proprio perch non hanno alcuna possibilit di manovra: la rigidit toglie
loro la vita.
 questa forse la funzione pi importante di un diario. Sarebbe sviante definirla l'unica. Poich
nel diario non si parla soltanto con se stessi: si parla anche con gli altri. Tutti i colloqui che nella realt
non si possono portare fino in fondo poich finirebbero in atti di brutalit, tutte le parole assolute,
irriguardose, spietate, che spesso sentiamo di dover dire agli altri, tutto questo si deposita nel diario. In
esso restano segrete, giacch un diario che non sia segreto non  un diario; e le persone che hanno
l'abitudine di leggere agli altri pagine e pagine dei loro diari farebbero meglio a scrivere delle lettere, o
meglio ancora a organizzare delle serate di recitazione sulla propria persona. Durante i primi tempi a
Berlino conobbi un tipo che non scriveva due righe sul suo diario senza leggermele la sera stessa. Mi
riusc poi, invitando per lui un numero sufficiente di ospiti, di ridurre le sue letture a una serata
settimanale; ed egli ne fu molto soddisfatto: non solo la lettura durava pi a lungo, ma gli risultava
anche pi piacevole fare la ruota dinanzi a pi di due occhi.
Le astuzie e le misure precauzionali per tenere segreto un diario non saranno mai troppe. Delle
serrature non c' da fidarsi. Molto meglio le scritture cifrate, lo uso una stenografa modificata che
nessuno sarebbe in grado di decifrare senza un lavoro di settimane. Cos posso scrivere tutto quello che
voglio, senza danneggiare o addolorare nessuno; e cos, quando sar finalmente divenuto vecchio e
saggio, potr decidere se far scomparire tutte quelle pagine, o se affidarle a un luogo segreto ove solo
per caso possano essere ritrovate in un innocuo futuro.
Non sono ancora mai riuscito a tenere un diario durante un viaggio in un paese nuovo. Il
numero di persone sconosciute con cui si parla senza capirsi, vuoi a segni, vuoi a presunte parole, 
talmente grande e mi riempie a tal segno che non riuscirei neppure a prendere la matita in mano. La
lingua, uno strumento che altrimenti crediamo di saper maneggiare, ridiventa all'improvviso selvaggia
e pericolosa. Ci si abbandona alla sua seduzione e si finisce per essere maneggiati da lei.
Incredulit, fiducia, ambiguit, vanteria, forza, minaccia, rifiuto, dispetto, inganno, tenerezza,
ospitalit, meraviglia, c' tutto, e in modo cos immediato che sembra di non averlo mai notato prima.
Dinanzi a ci, una parola scritta giace sulla carta come il cadavere di se stessa. Mi guardo bene, in
mezzo a simili magnificenze, dal diventare un assassino. Ma non appena torno a casa, mi affretto a
recuperare quei giorni. Scavando nella memoria, a volte con fatica, concedo ad ognuno di essi quel che
gli spetta. Ci sono stati dei viaggi il cui diario a posteriori ha richiesto un tempo triplo di quel che sono
durati.
Credo che, scrivendo tali ricordi di viaggio, si pensi soprattutto ai lettori. Sentiamo di poter
comunicare agli altri questi ricordi senza che nulla risulti falsato. Tornano in mente i resoconti di altri,
che furono di allettamento al nostro viaggio.  piacevole ora dimostrare a loro la nostra riconoscenza
attingendo a ci che abbiamo vissuto.
I diari altrui hanno generalmente significato molto per colui che li ha letti. Quale scrittore non
ha letto diari che poi non l'hanno pi abbandonato? Forse  questo il momento di dire qualcosa al
riguardo.
Si pu cominciare con i diari che abbiamo letto da bambini: i diari dei grandi viaggiatori e
scopritori. Dapprima l'avventura affascina in quanto tale, indipendentemente da costumi e civilt legati
a popolazioni strane. Per un bambino la cosa pi inquietante  il vuoto, che egli non conosce poich
non viene mai lasciato del tutto solo ed  sempre circondato da altre persone. Cos egli si getta in
spedizioni al Polo Nord o al Polo Sud o in lunghi viaggi per mare su piccoli scafi.  emozionante il
vuoto tutt'intorno, specialmente pericoloso durante la notte di cui il bambino stesso ha paura. L, nella
lontananza e nel vuoto, si imprime in lui indelebilmente il succedersi del giorno e della notte, poich il
viaggio che continua in vista di una meta, non si conclude mai prima che essa sia raggiunta o prima
della catastrofe; io credo che in questo modo il bambino sperimenti con terrore il calendario. Vengono
poi i viaggi nelle regioni dai misteriosi abitanti: l'Africa e la foresta vergine, e i primi costumi strani
che gli si incidono nella carne sono quelli dei cannibali. La sua curiosit viene spronata da tali orrori:
ora vuole sapere qualcosa anche di altri popoli stranieri. Ci si apre la strada passo passo attraverso la
foresta vergine, si registra con precisione il numero di miglia percorse ogni giorno. Qui sono gi
prefigurate tutte le forme che in seguito assumer la scoperta del nuovo. Avventura dopo avventura, ma
giorno per giorno; e inoltre la terribile attesa dei dispersi, i tentativi di salvarli, oppure la loro fine
straziante. Non credo che pi tardi, per l'adulto, potranno esserci diari altrettanto importanti.
Resta per il gusto di ci che  remoto, un interesse che non si placa mai. Cos, si percorrono
insaziabilmente epoche trascorse e civilt straniere. Mentre cresce la rigidit della nostra esistenza, esse
rappresentano il mezzo pi inesauribile di metamorfosi. Esperienze che bramiamo e che in patria sono
proibite diventano ad un tratto costumi consueti nei luoghi in cui ci caliamo grazie alla lettura. A casa,
la situazione nella quale ci troviamo  predeterminata: ci che facciamo  basato su orari fissi, che si
ripetono ogni giorno; le persone che conosciamo si conoscono fra loro; parlano di noi e ci sorvegliano;
anche i muri hanno occhi e orecchie. Poich tutto  legato e lo diventa sempre di pi, si forma
un'enorme riserva di inappagata voglia di metamorfosi, e solo le notizie di un paese veramente
straniero possono darle sfogo.
 una gran fortuna, che in verit viene sfruttata troppo poco, che esistano diari di viaggio
attraverso civilt straniere scritti non da Europei ma da uomini appartenenti a quelle civilt. Ne
ricorder solo due fra i pi estesi, che non mi stanco mai di rileggere: il libro del pellegrino cinese
Hsan Tsang che visit l'india nel VII secolo e quello dell'arabo Ibn Battuta, di Tangeri, che per
venticinque anni percorse tutto il mondo islamico del XIV secolo, l'India e, probabilmente, anche la
Cina. Ma la fortuna di disporre di diari esotici non si esaurisce qui. Dal Giappone provengono diari
letterari che per sottigliezza e precisione possono gareggiare con Proust; il Libro del guanciale della
dama di corte Sei Shnagon, l'esempio pi perfetto di  quaderno di appunti  che io conosca, e il
diario dell'autrice della Storia di Genji, Murasaki Shikibu, le quali vissero ambedue alla medesima
corte intorno all'anno 1000 e si conobbero ma non simpatizzarono.
L'esatto contrapposto di questi resoconti della lontananza  offerto dai diari della vicinanza. Si
tratta in tal caso di persone che sono nostri parenti prossimi, nelle quali riconosciamo noi stessi. Nella
letteratura tedesca, l'esempio pi bello di questo genere  rappresentato dai diari di
Hebbel. Sono diari che amiamo poich in essi non c' pagina o quasi nella quale non scopriamo
qualcosa che ci riguarda personalmente. Si pu avere l'impressione d'aver gi scritto noi stessi da
qualche parte questo o quello. Forse lo si  perfino fatto davvero. Comunque si sarebbe potuto farlo. Il
processo di questo incontro intimo  gi stimolante perch a fianco di ci che sentiamo come  nostro '
scopriamo dell'altro, che non potremmo mai aver pensato o scritto cos.  lo spettacolo di due spiriti
che si compenetrano: su certi punti si toccano, su altri esistono fra loro spazi vuoti che non si
potrebbero colmare in alcun modo. L'identico e il diverso si trovano riuniti insieme cos dappresso che
gi questo costringe a pensare; nulla  pi fecondo di simili diari della vicinanza - come, appunto,
potremmo chiamarli. Devono per essere  completi ', cio ricchissimi di contenuto, e non essere stati
scritti sotto il controllo di uno scopo preciso da raggiungere.
I diari religiosi che descrivono la lotta per una fede esulano da questo quadro; essi infondono
energia solo in coloro che siano impegnati in un'analoga lotta. Per lo spirito veramente libero che
prende cos sul serio la propria libert da non potersi mai essere dedicato a una simile impresa, essi,
piuttosto, risulteranno deprimenti. Le tracce di libert che ancora vi si possono trovare, la resistenza
residua che passa per debolezza, commuoveranno questo lettore pi di ci che l'autore considerava la
propria forza: il graduale abbandonarsi alla fede. Escludo da questa limitazione gli esempi pi
prodigiosi, quelli che fanno esplodere la forma del diario: Pascal e Kierkegaard; essi sono pi grandi
dei loro propositi, e dunque contengono tutto.
Si sente dire spesso che i diari degli altri incoraggiano a essere veritieri nel proprio. Le
confessioni di uomini importanti, una volta poste sulla carta, hanno un effetto durevole sugli altri.  Un
uomo simile dice d'aver fatto questo e quello. Non c' bisogno dunque che io mi scoraggi se ho fatto
altrettanto . Il valore del modello si amplia cos in modo notevole. I suoi difetti ci incoraggiano a
combattere i difetti che sono nostri.
 certo che, senza grandi modelli, nulla pu nascere. Ma le opere di quei modelli hanno anche
qualcosa di paralizzante: quanto pi a fondo si capiscono, quanto pi - dunque - si  dotati, tanto pi ci
si persuade che esse non sono eguagliabili. L'esperienza tuttavia dimostra il contrario. La letteratura
moderna  sorta nonostante i modelli schiaccianti del mondo antico. Cervantes, dopo aver scritto il Don
Chisciotte, dunque dopo aver superato tutti i precedenti che l'antichit forniva nell'mbito del
romanzo, sarebbe stato orgoglioso di eguagliare Eliodoro. La maniera precisa in cui funzionano i
modelli non  ancora stata studiata a fondo, e non  questo il luogo per affrontare seriamente un tema
cos enorme.  tuttavia divertente, per esempio, considerare quale parte abbia svolto Walter Scott, uno
degli scrittori pi indigeribili di tutti i tempi, nei confronti di Balzac, con il quale pure non aveva nulla
in comune. La ricerca dell'originalit, caratteristica dell'arte moderna, si palesa nella ricerca di modelli
che sono tali solo in apparenza, e che i moderni vogliono distruggere per porsi vistosa-mente contro di
essi; in tal modo si nascondono ancora meglio i veri modelli, quelli dai quali veramente si dipende.
Questo processo pu essere inconsapevole; spesso  consapevole e viene negato.
Ma per coloro che non devono ottenere con la frode o con la forza la loro originalit, per quelli
che non hanno esaurito in s l'impeto dei grandi spiriti che li hanno per cos dire scagliati nel mondo, e
che senza venir meno a se stessi a quelli possono sempre fare ritorno - per costoro  una fortuna
inestimabile ritrovare i diari dei loro predecessori, che rivelano le debolezze da cui essi stessi sono
travagliati. Il lavoro compiuto presenta una superiorit schiacciante. Chi  ancora profondamente calato
nel proprio, non sa dove mai andr a finire, non sa se riuscir a concluderlo, pu scoraggiarsi mille
volte. Gli dar forza constatare i dubbi di quelli che sono riusciti nel loro intento.
A questo valore pratico, ai fini del proprio lavoro, dei diari altrui, si aggiunge anche un effetto
di natura pi generale: quello della ostinatezza che essi manifestano. In ogni diario degno di questo
nome ritornano pi e pi volte le stesse ossessioni, gli stessi tormenti, gli stessi problemi privati.
Durano per una vita intera e creano la sua peculiarit. Chi se ne  liberato, sembra che sia spento. La
lotta con essi  necessaria quanto la loro pervicacia. Non  affatto detto che siano sempre di per s
interessanti, e tuttavia costituiscono quanto vi  di pi saldo nell'uomo che li reca in s: non pu fame a
meno, cos come non pu liberarsi delle sue ossa.  estremamente importante scoprire negli altri questi
tormenti affatto inguaribili, per riuscire a considerare pi serenamente ci che in noi vi corrisponde
senza perderci d'animo. I personaggi di un'opera letteraria possono non avere un simile effetto, essi
esistono infatti grazie alla meravigliosa distanza che il creatore ha posto fra s e loro separandoli il pi
possibile dai suoi processi interiori.
A me sembra che in una vita esistano determinati contenuti che meglio che in qualsiasi altra
forma possono essere colti in quella del diario. Non so se per tutti debba essere cos. Ci si potrebbe
immaginare che un uomo lento, per il quale tutto si dispiega solo molto gradualmente, debba acquisire
la capacit opposta. La fulmineit dei quaderni d'appunti  forse per lui l'esercizio migliore: una volta
tanto potrebbe imparare a correre e ad afferrare quegli aspetti del mondo che appartengono al moto
accelerato; integrerebbe in tal modo la sua disposizione naturale per il lento dispiegarsi delle cose.
Agli uomini veloci che si gettano come animali da preda su ogni situazione e ogni persona,
afferrandole al cuore con tale violenza da distruggere la forma esterna del loro corpo, bisognerebbe
prescrivere il contrario: un lento diario, in cui l'argomento trattato acquisti di giorno in giorno un
nuovo aspetto. Grazie a questa penosa costrizione che impedirebbe loro di giungere troppo presto alla
meta, potrebbero accedere a una dimensione che altrimenti resta loro preclusa.
Stendhal appartiene ai veloci. Si muove, s, in un mondo straordinariamente ricco e resta aperto
a esso. Ma i temi dei suoi diari sono pochi e soggetti a continue rielaborazioni.  come se di quando in
quando egli avesse scritto nuovi diari sui vecchi. Poich non pu essere veramente lento, ritorna
sempre sugli stessi argomenti. Questo processo ha condotto infine ai suoi grandi romanzi. Perfino i due
suoi romanzi che sono compiuti, e di cui non riusciamo a prevedere che l'effetto sugli uomini possa
mai aver fine, perfino quelli non sono per lui propriamente finiti. Egli  il perfetto opposto di quelli che
con sicurezza staccano da s un'opera dopo l'altra e possono accingersi a una nuova opera solo quando
la vecchia appare loro estranea.
Lo scrittore che ha dato espressione pi pura al nostro secolo e che perci io considero la sua
manifestazione pi essenziale, Kafka, in questo pu essere benissimo paragonato a Stendhal. Non
giunge mai alla fine con nulla, ci che lo inquieta  sempre la stessa cosa, dal principio alla fine. Torna
sempre a rovesciarla, la riscrive, la ripercorre con passi diversi. Non  mai esaurita, n sarebbe stata
esauribile se la sua vita fosse durata il doppio. Kafka tuttavia appartiene ai lenti, mentre Stendhal ai
veloci. Sono i veloci che inclinano a sentire felice la propria vita. Cos, l'opera di Stendhal  intinta nel
colore della felicit; quella di Kafka nel colore dell'impotenza. Ma l'opera di entrambi scaturisce da un
diario tenuto per tutta la vita, diario che prosegue mettendosi continuamente in questione.
Pu sembrare presuntuoso parlare ancora di s dopo due figure simili che hanno resistito intatte
alla prova del tempo. Ma ciascuno pu dare solo quello che ha. Per essere completo, voglio dunque
menzionare ancora i temi che sono le ossessioni dei miei diari e che in essi occupano lo spazio
maggiore. A fianco di molti altri argomenti che restano effimeri e dispersi, essi sono ci che nei miei
diari toma smpre a ricorrere in forme mutevoli, fino all'esaurimento.
Sono il progresso, il regresso, il dubbio, l'apprensione e l'ebbrezza per un'opera che si trascin
per il maggior tempo della mia vita e della quale riuscii infine a pubblicare, essendone convinto, la
parte determinante.  inoltre l'enigma della metamorfosi e della sua pi concentrata espressione nella
letteratura: il dramma; il dramma non mi ha pi abbandonato da quando, a dieci anni, lessi per la prima
volta Shakespeare e, a diciassette, incontrai Aristofane e i tragici greci; registro dunque tutto ci che mi
giunge di drammatico, tutti i drammi e i miti, l dove sono veramente tali, ma anche ci che oggi viene
chiamato con questo nome: i miseri pseudomiti. E sono gli incontri con persone di paesi che non
conosco affatto, oppure che conosco particolarmente bene. Sono le vicende e i destini di amici che da
lungo tempo ho perso di vista e ritrovo.  la lotta per la vita delle persone che mi sono pi vicine, una
lotta contro malattie, operazioni, pericoli che si trascinarono per decenni, contro l'estinguersi della loro
volont di vivere. Sono tutti i tratti di avarizia e di invidia che mi irritano: li detesto fin dall'infanzia;
ma anche i tratti di generosit, di bont e di orgoglio, che idolatro.  la gelosia, la mia forma privata di
manovrare il potere, un tema che Proust ha certo esaurito, ma che ci nonostante dobbiamo riaffrontare
con le nostre forze.  ancor sempre ogni sorta di delirio: sebbene io mi sia provato molto presto a
rappresentarlo, per me la sua fascinazione non  mai venuta meno.  il problema della fede, della fede
in generale e di tutte le sue manifestazioni, verso la quale inclino per la mia origine, e alla quale
tuttavia non potr mai votarmi finch non mi sar riuscito di sciogliere l'enigma della sua natura.
Infine, il tema che pi di tutti mi ossessiona  la morte, che io non posso ammettere pur non facendo
mai astrazione da essa: la morte, che devo andare a scovare fin nei suoi ultimi nascondigli per
distruggere la sua attrazione e il suo falso splendore.
 parecchio, come ben si vede, sebbene io mi sia limitato a citare ci che  pi pressante; e non
so come potrei vivere senza tornare continuamente a darmene il resoconto. Ci che consideriamo
valido e in effetti abbiamo dinanzi in opere che non vogliono essere troppo indegne degli uomini che le
leggeranno  solo una minima parte di quello che ci succede quotidianamente. E poich questo  un
processo che continua giorno dopo giorno e che non cesser, io non sar mai tra quelli che si
vergognano dell'insufficienza di un diario.
1 In tedesco ein anderes: letteralmente  un qualcosa di diverso  (N.d.T.).
2 E. Canetti, Aufzeichnungen 1942-1948, Mnchen, 1965 (trad. it. in La provincia dell'uomo,
Adelphi, Milano, 19845) (N.d.T.).
HITLER SECONDO SPEER
GRANDEZZA E DURATA
I progetti edilizi di Hitler costituiscono forse la parte pi sorprendente del libro di Speer che li
riporta.1 Riprodotti nelle illustrazioni, appaiono in flagrante contrasto con tutto ci che ha a che fare
con l'architettura moderna, e perci hanno provocato tanta sensazione. Restano indimenticabili per
chiunque vi abbia gettato anche solo uno sguardo fuggevole.
Non possiamo per accontentarci di queste facili constatazioni. Non c' da fidarsi dell'unicit di
simili fenomeni.  necessario prenderli bene in considerazione e stabilire quale sia il loro fondamento,
che cosa precisamente li abbia prodotti. In primo luogo  evidente - Speer stesso lo sottolinea - il
parallelismo fra costruzione e distruzione. I progetti per la nuova Berlino hanno origine in tempo di
pace. Il loro compimento  previsto per il 1950. Perfino Speer, il facitore di miracoli, che ottenne la
fiducia di Hitler grazie alla rapidit delle sue realizzazioni, si sarebbe trovato in difficolt a completare
il programma entro quel termine. La passione con cui Hitler sollecit quei progetti non lascia dubbi
circa la loro seriet. Nello stesso tempo, tuttavia, si stava sviluppando il progetto per la conquista del
mondo. Passo passo, un successo dopo l'altro, divenivano palesi l'ampiezza e la seriet anche di
quell'intenzione. Era impensabile che la si potesse realizzare senza guerra, dunque fin da principio la
guerra fu prevista. Per quanto forte potesse essere la posizione raggiungibile senza guerra, alla fine si
sarebbe dovuti arrivare al conflitto. Il Reich, che con la preminenza assoluta dei Tedeschi e forse anche
di tutti i  Germani ' avrebbe condotto all'asservimento del resto della terra, poteva agire solo con il
terrore, molto sangue doveva essere versato. Hitler fu dunque coerente nel lasciarsi sedurre dalla
guerra. La contemporaneit di questa seduzione e dei termini fissati per la realizzazione dei progetti
edilizi fa sorgere il sospetto che egli con quei progetti intendesse mascherare le sue intenzioni belliche.
 una possibilit che anche Speer considera, pur senza potersi risolvere ad accettarla. Si deve
concordare con lui l dove egli dichiara la presenza nella natura di Hitler di due aspetti, non subordinati
l'uno all'altro. Ambedue, il piacere di costruire e la distruzione, sono in Hitler altrettanto acuti ed
efficienti.
Ci determina anche la forte impressione che i progetti edilizi suscitano nell'osservatore di
oggi. Mentre esaminiamo quei piani siamo consapevoli delle spaventose distruzioni subite dalle citt
tedesche. Conosciamo la fine, e ora ci giunge dinanzi all'improvviso l'inizio in tutta la sua ampiezza.
Questo parallelismo  ci che rende davvero impressionante il confronto. Sembra enigmatico e
inesplicabile. Ma di fatto  l'espressione concentrata di qualcosa che, di l da Hitler, ci turba.  in
fondo l'unico risultato incontestabile, sempre ricorrente, di tutta la  storia ' fino a ora.
Questo ci costringe a indagare in ogni possibile modo quell'improvviso inasprirsi della storia
che fu la comparsa di Hitler.  impossibile distogliersene con orrore e nausea, come a qualcuno pu
sembrare naturale. E non basta neppure accontentarsi dei mezzi consueti della ricerca storica. Che non
siano sufficienti  evidente. Dov' lo storico che sarebbe riuscito a tracciare la prognosi del caso
Hitler? Anche se oggi una storia particolarmente scrupolosa fosse capace di eliminare una volta per
tutte dal proprio sangue l'ammirazione per il potere che le  intrinseca, nel migliore dei casi essa
sarebbe in grado di mettere in guardia da un nuovo Hitler. Ma poich costui comparirebbe altrove, si
presenterebbe in maniera diversa e l'avvertimento sarebbe vano.
Per una vera comprensione di questo fenomeno sono indispensabili nuovi strumenti. Bisogna
scorgerli, andarli a prendere e adoperarli ovunque si offrano. Il metodo per una simile ricerca non pu
ancora esistere. Qui il rigore delle discipline specialistiche si rivela superstizione. Ci che ad esse
sfugge  proprio ci che importa. Una visione non frammentata del fenomeno  il presupposto capitale.
Ogni arroganza concettuale, per quante buone prove possa aver dato in altre occasioni,  qui nociva.
Gli edifici di Hitler sono destinati ad attrarre e a contenere le pi grandi masse possibili.
Mediante la creazione di tali masse egli  riuscito a ottenere il potere, ma sa con quanta facilit le
grandi masse tendano a dissolversi. Prescindendo dalla guerra, ci sono solo due mezzi per contrapporsi
alla dissoluzione della massa. Uno  la sua crescita, l'altro  la sua regolare ripetizione. Da empirico
della massa, Hitler ne conosce le forme e i mezzi.
In enormi piazze, tanto grandi che difficilmente si possono riempire, si d alla massa la
possibilit di crescere: la massa resta aperta. L'entusiasmo della massa, questo a Hitler importa
soprattutto, aumenta con la sua crescita. Tutto ci che altrimenti serve alla formazione di tali masse:
bandiere, musica, unit in marcia che fungono da cristalli di massa,2 ma in particolare la lunga attesa
dell'apparizione del personaggio principale - tutto ci  ben noto a lui e ai suoi aiutanti. Non 
necessario darne qui una descrizione dettagliata. Riguardo al tipo dei progetti edilizi e all'intenzione di
formare una massa aperta,  importante sottolineare che tale massa ha la possibilit di crescere.
Edifici di tipo cultuale servono alla ripetizione regolare. Le cattedrali ne sono il modello. Il 
Kuppelberg 3 progettato per Berlino avr un'ampiezza diciassette volte superiore a quella di San
Pietro. Alla fine, edifici del genere servono per masse chiuse. Per quanto grandi siano concepiti, non
appena saranno pieni la massa non potr pi crescere, urter contro un limite. Invece che di una crescita
ulteriore, si tratter allora di regolari occasioni di raduno. La massa che si scioglie abbandonando quei
luoghi deve essere certa della prossima occasione in cui torner a formarsi.
Nelle manifestazioni sportive la massa si trova chiusa in un cerchio (o in semicerchio);
innumerevoli persone seggono dirimpetto le une alle altre: la massa vede se stessa mentre segue gli
avvenimenti che si stanno svolgendo al suo centro. Non appena si formano due partiti, si crea un
sistema a due masse, stimolato dalle lotte di cui sono spettatrici. I modelli di questa forma traggono
origine dall'antichit romana.
Un'altra forma di massa che ho definito lenta si crea in occasione di processioni, sfilate e
parate. Non ripeter qui ci che ho scritto, a proposito di questa forma, in Massa e potere.4 Hitler era
perfettamente consapevole della sua importanza. A essa, nei progetti hitleriani,  destinata una via
monumentale, larga 120 metri e lunga 5 chilometri.
Queste costruzioni e questi impianti che, a causa della loro grandezza, hanno gi sulla carta
qualcosa di freddo e di scostante, nella mente dell'edificatore sono pieni di masse che si differenziano a
seconda del recipiente che le contiene, a seconda del tipo di delimitazione che subiscono. Per
rappresentare con esattezza gli avvenimenti cui questi luoghi sarebbero destinati, bisognerebbe
descrivere dal principio alla fine lo svolgersi di una riunione di massa in ciascuno dei singoli complessi
edilizi. Ma non pu essere qui il nostro compito. Dovremo perci limitarci a porre in evidenza, in
termini molto generali, il modo nel quale edifici e impianti avrebbero dovuto animarsi.
 un'animazione che si prolunga oltre la morte del loro costruttore.  Suo marito  dice
solennemente Hitler alla moglie di Speer la prima sera in cui la conosce  eriger per me edifici come
non ne sono pi sorti da quattro millenni . Cos dicendo, pensa alle costruzioni egizie e in particolare
alle piramidi: a causa della loro grandezza, ma anche perch durano da quattro millenni. Non potevano
in alcun modo essere occultate e non sono state ricoperte da nulla:  come se avessero immagazzinato
in s, come durata, i millenni della loro esistenza. Il loro essere palesi e la loro durata hanno
impressionato Hitler nel modo pi tenace; forse non si rendeva ben conto che quei monumenti, date le
modalit della loro costruzione, servivano anche quali simboli di massa, e tuttavia dovette sospettarlo
grazie al suo istinto per tutto ci che aveva a che fare con la massa. Quegli edifici, infatti, composti di
blocchi che furono trascinati e commessi insieme dalle fatiche di innumerevoli uomini, sono il simbolo
di una massa che non pu pi disgregarsi. Ma i suoi edifici non erano piramidi, e delle piramidi
dovevano assumere soltanto la grandezza e la durata. Contenevano uno spazio interno che sarebbe stato
di volta in volta riempito dalle masse vive di ciascuna generazione. Dovevano essere fabbricati con la
pietra pi resistente, per durare nel tempo e inoltre per collegarsi alla tradizione degli edifici che erano
sopravvissuti fino ai suoi giorni.
Non  affatto difficile comprendere queste tendenze, se le consideriamo dal punto di vista del
costruttore. Naturalmente il problema della durata  ovunque cosa precaria, e sulla sua natura e sul suo
valore non si  ancora riflettuto a dovere. Ma posto che un uomo sia pervaso da questa brama di durata
in modo non sospetto, tale cio da vietare ogni ricognizione circa la sua sensatezza o la sua follia, 
possibile che egli riveli se stesso in progetti del genere.
Le masse, eccitando le quali Hitler ha raggiunto il potere, devono poter essere continuamente
eccitate, anche quando egli stesso non ci sia pi. Poich i suoi successori non saranno in grado di farlo
come lui, che  un uomo unico nel suo genere, egli lascia in eredit i mezzi migliori per conseguire
quello scopo: ogni sorta di edifici e di impianti che servono a mantenere in vita la tradizione di tale
eccitazione di massa. Il fatto che siano i suoi edifici conferisce ad essi la loro aura particolare: egli
spera di vivere ancora abbastanza per inaugurarli5 e anche per colmarli di s durante alcuni anni. Il
ricordo dei suoi schiavi, delle masse da lui personalmente eccitate, sar d'aiuto in quei luoghi ai suoi
pi deboli successori.  possibile,  perfino probabile, che essi non meritino questa eredit; ma ci
nonostante, in questo modo, continuer a esistere il potere che egli ha ottenuto con le sue masse.
Naturalmente, infatti,  di questo potere che alla fin fine si tratta. Ai  recipienti di masse 
s'aggiunge ci che potremmo definire la corte, la sede del potere: la sua Cancelleria del Reich - il suo
palazzo - e non lontano le sedi dei ministeri che traggono da lui il loro potere. Come speciale capriccio,
egli pensa inoltre di conservare il vecchio edificio del Reichstag. Potr in tal modo rendere
evidentissima la differenza di proporzioni. Come sembrer piccolo il vecchio Reichstag di fianco ai
nuovi colossi!
Il suo disprezzo per il periodo di Weimar, che ebbe il solo merito di favorire la sua ascesa, si
trasmetter a tutti coloro che osserveranno il Reichstag nanerottolo all'ombra dei suoi giganteschi
monumenti. Eravamo cos piccoli e, grazie a lui, siamo divenuti cos grandi. Nella sua decisione
interviene per anche l'amoroso rispetto per la propria storia. In quel Reichstag si sono svolti molti
eventi importanti per lui: verr dunque inserito fra i luoghi del suo culto.
Egli nutre una venerazione superstiziosa per la propria ascesa. Non gli basta che ogni sua fase
sia ufficialmente elencata, come egli ritiene naturale attendersi da una storiografia servile; egli stesso
ne parla nella cerchia della sua corte pi ampia o pi ristretta. Si diffonde a parlarne per ore e ore, e
sempre vi ritorna. Le vicende delle sue avversit e le svolte della sua fortuna sono cos ben note agli
ascoltatori, che questi potrebbero continuare a narrare se egli ad un tratto ammutolisse. Talvolta
ammutolisce davvero e si addormenta.
Il suo affetto particolare va alla citt della sua giovinezza, Linz. Non pu dimenticare nulla, e
quindi ricorda anche con quale disprezzo Linz fu trattata dal governo di Vienna. Nei confronti di
Vienna continua a sentire un rancore profondo: in quella citt gli era andata molto male; neppure il suo
ingresso trionfale nel marzo del 1938 lo ha riconciliato con Vienna: sia prima sia dopo, in quella citt
lo interessa solamente il Ring con i suoi edifici monumentali. Ritiene imperdonabile che il Danubio
resti alla sinistra del complesso urbano di Vienna. All'opposto, Linz deve diventare una seconda
Budapest, con grandiosi edifici su ambedue le sponde del Danubio. Sar la residenza della sua
vecchiaia e l vuole erigere il suo mausoleo. Linz diverr infine pi importante di Vienna, e le
umiliazioni dei suoi primi anni saranno vendicate dai suoi imponenti edifici. Idea prediletta di Hitler 
che Linz superi Vienna.
Poich ora  caduta nel discorso questa parola, sembra giunto il momento di dire qualcosa circa
la funzione che il  superare ' ebbe per Hitler. Essa offre l'occasione forse migliore di avvicinarsi ai
meccanismi della sua mente. Ciascuna delle sue imprese, ma anche i suoi desideri pi profondi, sono
dettati da una coazione a superare: ci si pu spingere al punto di definire Hitler uno schiavo del
superare. Ma in ci non  affatto solo. Se avesse senso caratterizzare con un unico tratto l'essenza della
nostra societ, dovremmo necessariamente ricadere su questo: la coazione a superare. In Hitler questa
coazione ha raggiunto una tale intensit che non si pu far a meno di incontrarla in continuazione. Ci si
potrebbe immaginare che questa coazione faccia qualche luce sul suo vuoto interiore, intorno al quale
Speer verso la fine del libro scrive parole degne di nota.
Tutto si misura e si cimenta6 nella lotta, e colui che supera  un perpetuo vincitore. L'idea
dell'indispensabilit della lotta e della legittimazione recata dalla vittoria a ogni sorta d pretesa  cos
profondamente radicata in Hitler che egli, pur non mettendo mai in conto una propria sconfitta, trova
giusto che essa, ammesso che possa accadere, implichi rovina e annientamento anche per il suo stesso
partito. Il pi forte  il migliore, il pi forte merita di vincere. Finch  possibile, egli, raggirando
l'avversario, ottiene vittorie incruente. Le considera rafforzamenti in vista della vittoria definitiva che
dev'essere cruenta, una vittoria senza spargimento di sangue non  realmente valida. I trattati cos
presto infranti che Ribbentrop ha concluso e di cui  orgogliosissimo, lo fanno ridere fino alle lacrime.
Non pu prendere sul serio i trattati poich non costano sangue, e gli uomini del campo avverso che
costruiscono la loro politica sui trattati li giudica decadenti poich arretrano dinanzi alla guerra. Ma non
solo nelle guerre Hitler manifesta il suo piacere di cimentarsi e di superare. Ne  propriamente infetto:
ricorre al superare incessantemente e in ogni modo possibile; il superare viene usato da lui come una
sorta di rimedio universale che si applica a ogni circostanza. Ritiene importante affidare il medesimo
incarico a due persone diverse, affinch cerchino di superarsi a vicenda.
Sulla terra non c' nulla di vistoso che Hitler non si senta stimolato a superare. Senza dubbio
Napoleone  la figura che suscita maggiormente la sua rivalit. Gli Champs-lyses che conducono
all'Arc de Triomphe sono lunghi due chilometri: la sua via monumentale sar non soltanto pi larga,
ma anche lunga cinque chilometri. L'Arc de Triomphe  alto 50 metri, il suo arco di trionfo sar alto
120 metri. L'unificazione dell'Europa! era la meta di Napoleone: a lui, Hitler, riuscir di attuarla, e in
modo duraturo. La campagna di Russia gli  imposta dall'esempio napoleonico. L'energia con cui volle
quell'impresa, l'ostinazione con cui ordin di conservare le posizioni conquistate che non erano pi
tenibili, contro ogni consiglio e ogni ragionevolezza, possono anch'esse essere spiegate dalla coazione
a schiacciare il precedente di Napoleone. Hitler vuole tenere il Caucaso come base per un'avanzata
verso la Persia, e qui i suoi piani s'incontrano con i progetti indiani di Napoleone. Che questi a sua
volta si sentisse stimolato dall'esempio di Alessandro Magno, conferma l'esistenza di un'unica
tradizione storica che sembra inestirpabile: quella dei superatori che tornano continuamente alla ribalta.
Ci sono anche realizzazioni pi banali che lo colpiscono molto. La tribuna d'onore a
Norimberga  coronata da una figura che supera di 14 metri la Statua della Libert di New York. Il 
Grosse Stadion  della stessa citt ha una capienza due-tre volte superiore a quella del Circo Massimo.
Todt progetta per Amburgo un ponte sospeso che dovrebbe superare il Golden Gate Bridge di San
Francisco. La Stazione Centrale di Berlino dovrebbe schiacciare la Grand Central Station di New York.
Nel  Kuppelberg , l'edifcio a cupola destinato a immense adunate, avrebbero trovato largamente
posto il Campidoglio di Washington, San Pietro, e qualcos'altro ancora. Speer stesso non tace affatto la
parte che Hitler ebbe in questi  superamenti schiaccianti . Era, come appunto scrive, inebriato
all'idea di creare testimonianze di pietra della storia.  Ma entusiasmavo anche Hitler quando potevo
dimostrargli che avremmo  battuto ', almeno nelle proporzioni, le pi eminenti creazioni
architettoniche della storia .  chiaro che Speer fu contagiato dalla megalomania di Hitler e che non
era in grado di opporsi alla crescente fiducia che questi gli concedeva. A quel tempo, tuttavia, fece
un'osservazione di cui forse solo pi tardi avrebbe compreso appieno il significato:  La sua passione
di costruire per l'eternit creava in lui un totale disinteresse per le strutture del traffico, per le zone
residenziali, per gli spazi verdi: la dimensione sociale gli era indifferente .
L'idea fssa del superare si collega, come ho mostrato in Massa e potere, con l'illusione di
continuare a crescere. E' quest'ultima  percepita come una sorta di garanzia di continuare a vivere. In
realt, dunque, questi progetti elaborati per molti anni vanno visti come un mezzo per prolungare la
vita. In quegli anni Hitler manifesta spesso dei dubbi circa la durata della propria esistenza.  Non
vivr pi molto a lungo. Ho sempre pensato di potermi concedere un po' di tempo per realizzare i miei
piani. Io stesso devo condurli in porto! . Queste apprensioni hanno una particolare coloritura che 
tipica dei paranoici. Nelle disposizioni ad ammalarsi, apparenti o reali che siano, si esprimono altri
pericoli, collegati all'incoercibile pretesa di grandezza. Nel caso Schreber',7 in cui la paranoia ebbe
uno sviluppo assai pi vasto, questo rapporto appariva lampante. Apprensioni di tal genere non
significano certo che si sia minimamente rinunciato alla pretesa di grandezza. Si giunge per a un' 
utile ' interazione fra apprensioni e pretesa. I progetti che si teme di non riuscire ad attuare, poich il
tempo di vita concesso appare sovente troppo breve, conservano o accrescono la loro grandezza in
modo da permettere a chi li ha ideati di carpire un prolungamento della propria esistenza. Hitler deve
restare in vita fino al 1950, quando i progetti della nuova Berlino saranno divenuti realt; e anzi anche
per un paio d'anni in pi, per poterli impregnare di s a vantaggio dei suoi pi deboli successori, e
dunque metterli in condizioni di svolgere la loro funzione in eterno. L'efficacia nel tempo delle mete
perseguite con la massima intensit  del resto sorprendente anche in uomini meno ambiziosi. Se non ci
fosse stata la guerra, che suscit nel destino di Hitler la svolta verso la catastrofe,  probabile che egli
sarebbe riuscito a vedere la sua nuova Berlino nel 1950, nonostante tutte le apprensioni e la salute
cagionevole.
L'ARCO DI TRIONFO
Di tutte le costruzioni che Hitler progetta per Berlino, l'arco di trionfo  il pi caro al suo cuore
- insieme, forse, con la grande sala a cupola. Lo ha ideato fin dal 1925; un modello in base a questo
primo progetto, alto quasi quattro metri,  la sorpresa di Speer per il cinquantesimo compleanno di
Hitler, nell'aprile del 1939. Poche settimane prima le sue truppe sono entrate a Praga. Sembra quindi
un momento particolarmente adatto per un arco di trionfo. Hitler  commosso nel profondo da quel
dono. Ne  continuamente attratto, lo contempla a lungo, lo mostra agli ospiti; alle Memorie di Speer 
unita una fotografa che illustra il suo entusiasmo. Difficilmente un dono ha mai toccato di pi il cuore
del destinatario.
Prima, Hitler e Speer avevano parlato spesso di questo arco di trionfo. L'altezza doveva
raggiungere i 120 metri: cos sarebbe stato alto pi del doppio dell'Arc de Triomphe di Napoleone a
Parigi:  Sar almeno un degno monumento per i nostri morti nella guerra mondiale. Il nome di
ciascuno dei nostri 1.800.000 caduti sar scolpito nel granito! . Sono parole di Hitler, riferite da Speer.
Non c' nulla che condensi con altrettanta intensit l'essenza di Hitler. La sconfitta della Prima guerra
mondiale non  riconosciuta e viene trasformata in vittoria. Sar celebrata da un arco di trionfo, grande
il doppio di quello che fu concesso a Napoleone per tutte le sue vittorie. Si manifesta chiaramente cos
l'intenzione di superare le vittorie napoleoniche. Poich si prevede che la sua durata sar eterna, l'arco
verr fabbricato con dura pietra. Ma in realt  costituito di qualcosa di pi prezioso: 1.800.000 morti.
Il nome di ciascuno di questi caduti sar scolpito nel granito. In tal modo essi vengono onorati, ma
anche accostati uno vicinissimo all'altro, pi fitti di quanto sarebbe mai possibile in una massa. L'arco
di trionfo di Hitler  costituito da questo enorme numero di caduti. Non sono i morti della sua nuova
guerra, progettata e voluta da lui, bens quelli della prima, in cui egli stesso come ogni altro era stato
soldato. Egli le  sopravvissuto, ma le  rimasto fedele e non l'ha mai rinnegata. Dalla coscienza di
quei morti ha tratto la forza per non ammettere mai l'esito di tale guerra. Erano la sua massa quando
ancora non ne aveva altra, ed egli sente che essi sono ci che gli ha permesso di conquistare il potere;
senza i morti della Prima guerra mondiale, Hitler non sarebbe mai esistito. La sua intenzione di
raccoglierli insieme nel proprio arco di trionfo  un riconoscimento di questa verit e del suo debito
verso di essi. Si tratta per del suo arco di trionfo e porter il suo nome. Difficilmente qualcuno legger
molti altri nomi; e anche se verranno davvero incisi 1.800.000 nomi, la grande maggioranza di essi non
sar mai presa in considerazione. Ci che rester nella memoria sar il loro numero, e quel numero
enorme appartiene al suo nome.
Il senso della massa di morti  determinante in Hitler. Si tratta della sua massa peculiare. Se non
si tiene conto di questo suo sentimento,  impossibile capire lui, il suo esordio, il suo potere, ci che
egli intraprese con tale potere e l'obiettivo delle sue imprese. L'ossessione da lui manifestata con
sinistra vitalit sono questi morti.
VITTORIE! VITTORIE!
Se c' in Hitler una fatalit cui tutte le altre risultano subordinate, questa  la fede nella vittoria.
I Tedeschi, dall'istante in cui non vincono pi, cessano d'essere veramente il suo popolo; senza
esitazioni, egli nega loro il diritto alla vita. Si sono dimostrati i pi deboli: tanto peggio per loro; egli
augura ad essi la rovina che meritano. Se, com'era consueto sotto di lui, avessero continuato a vincere,
ai suoi occhi sarebbero stati un altro popolo. Gli uomini che hanno vinto sono uomini diversi, anche
quando sono pur sempre i medesimi. Che tanti credano ancora in lui, sebbene le loro citt siano in
macerie e praticamente nulla li difenda ormai dagli attacchi aerei del nemico, non gli fa la minima
impressione. Il fallimento di Gring, dopo tanti discorsi vuoti (e Hitler ne  consapevole, poich lo
ingiuria per questa ragione), viene in ultima analisi addebitato alla massa dei Tedeschi, giacch non
sono pi in condizioni di vincere.
Di fatto, Hitler porta rancore all'esercito per ogni pezzo di terreno conquistato da cui i soldati si
ritirano. Finch gli  possibile, si oppone all'abbandono di qualsiasi posizione, indifferente al numero
delle vittime. Egli infatti sente come un pezzo del proprio corpo tutto ci che  stato conquistato. Il suo
declino fsico durante le ultime settimane di Berlino, che Speer descrive in modo molto penetrante,
provandone compassione nonostante tutto ci che ha fatto contro di lui, non  altro che l'avvizzirsi del
suo potere. Il corpo del paranoico  il suo potere, con esso prospera o avvizzisce. Fino all'ultimo Hitler
si preoccupa di impedire che questo corpo venga dissacrato dal nemico. Egli ordina, s, l'ultima
battaglia per Berlino, affinch si cada combattendo - un clich tratto dal ciarpame storico che ingombra
la sua mente. Dice per a Speer:  Io non combatter;  troppo grande il pericolo che io venga soltanto
ferito e cada vivo nelle mani dei Russi. E neppure potrei tollerare che i miei nemici trattassero il mio
corpo come una carogna. Ho ordinato d'essere cremato . Egli perir senza combattere, mentre gli altri
combattono; e qualunque cosa accada agli altri che combattono per lui, l'unica sua preoccupazione 
che non accada nulla al suo corpo morto: poich questo corpo era per lui identico al suo potere, ne era
l'involucro.
A Goebbels, tuttavia, che muore vicinissimo a lui, riuscir di superarlo ancora nella morte.
Goebbels costringe sua moglie e i suoi figli a morire con lui.  Mia moglie e i miei figli non devono
sopravvivermi. Gli Americani li addestrerebbero soltanto a fare propaganda contro di me . Cos Speer
riferisce le sue parole. A Speer, che era amico della moglie di Goebbels, non  permesso prendere
congedo da lei da solo.  Goebbels rest continuamente al mio fianco... Solo verso la fine ella accenn
a ci che veramente la commuoveva:  Come sono felice che almeno Harald (suo figlio di primo letto)
sia vivo  . L'ultimo atto del potere di Goebbels consiste nel-l'aver impedito ai propri figli di
sopravvivergli. Egli temeva che potessero essere addestrati nel suo mestiere pi specifico  la
propaganda  contro di lui. Che alla fine si sia ancora procurato la soddisfazione di questo tipo di
sopravvivenza, non dev'essere erroneamente interpretato come un'espiazione per la sua attivit:
l'attivit di Goebbels culmina in questo.
L'indifferenza di Hitler per il destino del suo popolo, la cui grandezza e prosperit - a suo dire
-erano invece il senso vero e proprio, lo scopo e il contenuto della sua vita, appare nelle parole di Speer
con una evidenza davvero ineguagliabile.  Speer che ora assume d'improvviso la presunta funzione
iniziale di Hitler: cerca di salvare ci che per i Tedeschi  ancora salvabile. La tenacia della sua lotta
contro Hitler, che ormai ha deciso la completa rovina dei Tedeschi e in virt della propria autorit di
comando dispone ancora del potere sufficiente per costringere lo stesso Speer ad agire in tal senso,
impone rispetto. Hitler non fa minimamente mistero delle sue intenzioni.  Se la guerra  perduta, 
dice a Speer  anche il popolo sar perduto. Non  necessario aver riguardo per le cose fondamentali di
cui il popolo tedesco abbisogna al fine della pi elementare sopravvivenza.  anzi preferibile
distruggere anche queste stesse cose. Il popolo infatti s' dimostrato il pi debole, e il futuro appartiene
esclusivamente al pi forte popolo orientale. Ci che rimane dopo questa lotta sono comunque soltanto
gli infimi, giacch i buoni sono caduti! .
La vittoria  qui dichiarata esplicitamente come l'istanza suprema. Poich il suo popolo, che
egli stesso ha spinto in guerra, si  dimostrato il pi debole, nemmeno i superstiti devono sopravvivere.
A questo riguardo, il motivo pi profondo  che Hitler non vuole che alcuno gli sopravviva. Non pu
impedire di sopravvivergli ai nemici che hanno vinto, ma pu distruggere quanto ancora resta del suo
popolo. Secondo un modello gi sperimentato, ci che resta egli lo dichiara privo di valore,  giacch i
buoni sono caduti . Quelli che vivono ancora sono sulla buona strada per trasformarsi ai suoi occhi in
gentaglia. Ma non  neppure necessario spingere sino alla fine il processo di svalutazione; a lui basta,
come hanno sempre fatto gli psicopatici, dichiarare i sopravvissuti roba di scarto. Tutto ci che egli ha
sterminato rimane desto in lui. La massa degli uccisi invoca il proprio accrescimento.
Hitler  ben consapevole della grandezza del loro numero: che il fatto e il modo del loro
annientamento siano stati tenuti segreti, noti solo a quanti vi parteciparono, accresce ai suoi occhi la
loro efficacia. Gli uccisi sono diventati la pi grande massa di cui egli disponga, e sono il suo segreto.
Come ogni massa, urgono verso il proprio accrescimento. Non potendovi pi aggiungere dei nemici,
poich i nemici hanno ottenuto la supremazia, egli avverte la costrizione di accrescere il loro numero
mediante il suo stesso popolo. Prima di lui e dopo di lui deve morire il maggior numero possibile di
persone. Senza conoscere l'intima coesione di questi processi, parte dei quali gli era ancora ignota,
Speer dovette provare il pi profondo orrore dinanzi ai fenomeni in cui si manifestavano. Che cosa
significassero gli ordini di distruzione impartiti da Hitler, era chiaro come il sole. Ma il suo modo di
motivarli, se incontrava resistenze, indusse Speer ad augurargli la morte.  oggi difficile concepire che
i Tedeschi i quali ricevettero questi ordini non abbiano tutti sentito e reagito come Speer.
Noi tutti, per, Tedeschi e non Tedeschi, grazie alla conoscenza a posteriori di simili fatti,
siamo divenuti sospettosi verso gli ordini. Sappiamo di pi, quell'esempio mostruoso ci  ancora
abbastanza vicino, e anche coloro che possono continuare a credere negli ordini li rigirerebbero pi
volte prima di obbedirvi. Allora invece si era educati, proprio da Hitler, a ravvisare la suprema virt
nell'esecuzione cieca di ogni suo ordine. Al di sopra di ci non vi era pi alcun valore; s'era compiuta
con straordinaria rapidit la demolizione di tutti quei valori che per moltissimo tempo erano stati
riconosciuti come una specie di patrimonio appartenente all'intera umanit. Si pu benissimo dire che
proprio la consapevolezza di ci riun l'umanit nella pi sorprendente coalizione contro Hitler. Nel
disprezzo di questi valori, nella svalutazione della loro importanza per uomini di ogni sorta, Hitler
diede prova di incomparabile cecit. Anche se avesse vinto - ed  impensabile -, sarebbe bastato questo
motivo a dissolvere rapidamente il suo potere. Insurrezioni si sarebbero manifestate in ogni angolo del
suo Reich, e alla fine i suoi stessi seguaci ne sarebbero stati contagiati. Egli, che traeva la sua sicurezza
dalle vittorie di Napoleone, non era capace di trarre insegnamento dalle sconftte napoleoniche. Il suo
incentivo pi profondo nasceva dalla volont di superare le vittorie di Napoleone. Come gi abbiamo
osservato,  improbabile che Hitler si sarebbe accinto alla conquista della Russia se proprio l
Napoleone non avesse fatto naufragio. Lo spirito di Hitler era soggiogato da tutte le vittorie della storia.
Ma egli doveva anche tramutare in vittorie proprie le sconfitte dei suoi modelli, appunto per superarli.
Aveva preso le mosse dal trattato di Versailles e dalla sconfitta nella Prima guerra mondiale.
Lottando contro le clausole di Versailles, ottenne le sue prime masse e alla fine conquist il potere in
Germania. Passo dopo passo riusc a vanificare gli effetti di Versailles. Dall'istante della sua vittoria
sulla Francia, che signific il capovolgimento di Versailles, Hitler fu perduto. Poich allora si persuase
della possibilit di capovolgere in vittoria ogni sconfitta, anche quella di Napoleone in Russia.
LA VOLUTT DEL NUMERO ZAMPILLANTE
Hitler si crede capace di tutto, le cose pi difficili le accetta, se egli vi si accinge andranno certo
in porto. Si tratta di decisioni, iniziative di sorpresa, mascherature, richieste, minacce, promesse
solenni, rotture di patti, temporanea non aggressione, e infine si tratta di guerra; ma anche di una sorta
di onniscienza, perfino in settori specialistici.
La sua memoria per i numeri  un fatto a parte. In lui i numeri svolgono una funzione diversa da
quella consueta presso gli altri uomini. Recano in s qualcosa delle masse che aumentano a scatti. La
sua passione pi intensa riguarda il numero dei Tedeschi che comporranno la popolazione del suo
Reich. Nei suoi discorsi la volutt del numero zampillante si fa clamorosa. Il mezzo pi energico per
eccitare la massa  il miraggio della sua crescita. Finch la massa mira al proprio accrescimento, non
sente il bisogno di disgregarsi. Quanto pi elevato  il numero che le si propone come meta
raggiungibile, tanto pi profondamente la si impressiona. Bisogna darle per il senso preciso di come
quella meta pu essere raggiunta. L'eccitazione sale sempre pi, insieme con l'elevarsi del numero.
Sessanta, sessantacinque, sessantotto, ottanta, cento milioni di Tedeschi! Se non si tratta di milioni, non
c' nulla d'importante che si possa fare: egli stesso, Hitler, ha sperimentato su di s l'efficacia di quel
numero. A lui riuscir di riunirli tutti insieme. La massa, colpita da questi numeri, si sente in istantaneo
aumento. In tal modo la sua intensit raggiunge il pi alto grado che si possa immaginare. Chiunque ne
sia stato afferrato, non riesce poi a liberarsene nel suo intimo. Ritrovarsi anche esteriormente in quella
situazione diviene la sua smania incoercibile.
Sono noti gli altri mezzi usati in tali occasioni. Non  questo il momento di parlarne. Va
comunque notato l'istintivo talento di Speer, fin dall'inizio della sua carriera, nel progettare enormi
bandiere e disporle in modo particolare. Si deve ora osservare che il gusto di Hitler per i grandi numeri
si trasfer dal numero degli uomini a quello di molte altre cose. Egli era ben consapevole dei costi
enormi che bisognava sostenere per i suoi edifici berlinesi, e voleva che raggiungessero le maggiori
dimensioni possibili. L'esempio di Luigi II di Baviera non lo spaventava, anzi lo attraeva.
S'immaginava che un giorno si sarebbero potuti attirare turisti americani con l'imponenza della cifra di
un miliardo, spesa per il  Kuppelberg  di Berlino, e si divertiva all'idea che per compiacere quei
turisti la somma potesse anche essere elevata a un miliardo e mezzo. Si ricordava particolarmente
volentieri i numeri mediante i quali veniva superato qualcosa, qualsiasi cosa fosse: erano i suoi numeri
favoriti.
Non appena le sorti della guerra mutano, Hitler incomincia ad aver a che fare con altri numeri.
Poich non gli si pu nascondere nulla - egli si riserva ogni visione d'insieme e ogni decisione -il suo
ministro ha l'obbligo di rendergli note le cifre di produzione del nemico. Nella loro improvvisa
crescita, mostrano un'analogia fatale con le sue stesse cifre: quelle che egli in precedenza soleva usare
per i propri scopi. Hitler le teme e si rifiuta di prenderne atto. La vitalit dei numeri zampillanti gli 
ben familiare. Ora, poich si volgono contro di lui, egli avverte la loro ostilit e cerca di sottrarsi al loro
contagio distogliendosi da essi.
VISITE RICUSATE
Quando crollarono le grandi citt tedesche, trasformandosi una dopo l'altra in cumuli di
macerie, Speer non fu il solo a ritenere utile, addirittura indispensabile, che Hitler si recasse a visitarle.
L'esempio di Churchill stava dinanzi agli occhi di tutti. Questi non mancava, ogni volta, di presentarsi
alle vittime della guerra che non erano direttamente coinvolte nei combattimenti. Dimostrava cos non
soltanto la sua intrepidezza, ma anche la sua partecipazione. Nonostante gli impegni di cui era
sovraccarico, Churchill trovava il tempo per le vittime e testimoniava con la sua presenza quanto
fossero importanti, quanto contassero. Egli chiedeva molto di pi alla popolazione civile, ma in cambio
la prendeva sul serio. Pu darsi che se Churchill non si fosse comportato cos, il morale degli Inglesi,
durante l'anno in cui si trovarono a far fronte da soli a un nemico pi forte e ovunque vincitore, sarebbe
precipitato in misura pericolosa.
Al contrario, Hitler rifiut ostinatamente di mostrarsi nelle citt bombardate.  difficile
ammettere che - almeno durante i primi tempi - gli mancasse il coraggio fisico per una simile decisione.
Le sue truppe occupavano gran parte dell'Europa, e non gli passava neppur per la mente di considerarsi
battuto. Ma, al di fuori delle persone che ricevevano ordini direttamente da lui e di quelli, pochissimi,
che componevano la sua corte ristretta, egli era avvezzo a mostrarsi soltanto alle masse, e a masse di
tipo ben particolare. Era divenuto maestro nell 'accusa: durante gli anni dell'ascesa, l'accusa era stata il
suo strumento peculiare per eccitare gli uomini a farsi massa. Poich tale massa lo aveva aiutato a
raggiungere il potere, per qualche anno aveva fatto del suo meglio al fine di soddisfarne le aspettative e
di assicurarsene la devozione entusiastica. Erano gli anni dei suoi viaggi trionfali attraverso la
Germania, in un'atmosfera di giubilo che non era del tutto artefatta. Speer ha descritto la ripercussione
su Hitler di quell'atmosfera: si consider l'uomo pi amato dal popolo in tutta la storia tedesca. Dal
tempo di Lutero, non c'era stato pi nessuno verso il quale i contadini affluissero spontaneamente da
ogni parte. Da ci e dai suoi preparativi d'ordine organizzativo Hitler trasse la forza per procedere
all'aggressione verso l'esterno. Ebbe inizio la serie di facili vittorie, considerate alla stregua di miracoli
poich erano ottenute senza vittime e spargimento di sangue. Egli fu trionfatore prima che venisse
sparato un solo colpo, e tale rimase quando si spararono i primi colpi. Gli riusciva naturale affacciarsi
dinanzi alla folla che in lui acclamava il vincitore: in essa continuavano a manifestarsi le stesse forme e
costellazioni di massa alle quali era stato abituato fin da principio. La massa che ringraziava il suo
Fhrer era diventata pi forte, ma continuava a essere quello stesso tipo di massa che egli aveva
eccitato a formarsi e con la quale aveva sempre operato.
La sua immagine di s recava impressi questi tratti, ed egli non era in grado di presentarsi a un
altro tipo di massa. Innanzitutto non lo voleva, giudicava dannoso modificare o ampliare la sua
immagine pubblica. Cos come vigilava su quali delle sue fotografe dovessero essere esibite in
pubblico, cos come teneva segreta la sua vita con Eva Braun per non perdere la devozione delle donne
tedesche verso l'uomo solitario, allo stesso modo non volle mostrarsi nel contesto delle citt tedesche
distrutte. Ne avrebbe sofferto l'immagine del Semprevincitore, e sarebbe divenuta meno credibile la
sua capacit di ottenere la vittoria finale. Prefer dunque conservare la sua immagine intatta, non violata
da alcuna distruzione all'interno del suo Reich, senza comunicazione con alcuno.
Non  facile stabilire se in questo, dal suo limitato punto di vista, egli avesse torto. Anche la
fede nelle armi miracolose, che serb fino all'ultimo, pu essere messa in relazione con l'assoluta
integrit della sua immagine di Semprevincitore. Finch egli non prendeva atto della distruzione in
Germania, finch non permetteva che quella distruzione s'avvicinasse alla sua persona, la Germania -
che secondo la sua follia era incarnata nella sua persona - non poteva essere sconfitta. Ma va anche
detto che egli non sarebbe stato affatto in grado di visitare gente che avesse autentiche ragioni di lutto e
di lamento. Con quali parole si sarebbe potuto rivolgere loro? Compassione non ne poteva avere per
nessuno, tranne che, negli ultimi tempi, per se stesso; a chi avrebbe potuto credibilmente mostrarsi
partecipe dell'altrui sventura? Non fu mai capace di fingere, e tanto meno di provare sentimenti 
deboli  : ne aveva disprezzo. Hitler fra i dolenti  inimmaginabile. La mancanza di tutto ci che
propriamente fa uomo l'uomo - quei movimenti dell'animo che legano a un'altra persona, anche se
sconosciuta, senza un obiettivo, senza calcolo, senza previsione di risultati o di subordinazioni -, questo
totale difetto, questo vuoto temibile, lo avrebbe fatto apparire nella sua miseria e nella sua impotenza.
Certo, Hitler non prese in considerazione neppure per un istante l'eventualit di porsi in una situazione
simile.
SEGRETO E UNICIT
La cerchia pi ristretta di Hitler nell'Obersalzberg, poche persone fra le quali trascorreva buona
parte del suo tempo,  sorprendentemente esigua. La compongono il fotografo di fiducia, l'autista, il
segretario, l'amica, due segretarie, la cuoca vegetariana, e infine un uomo di tipo completamente
diverso: l'architetto privato. Tutti, a parte quest'ultima e unica eccezione, sono stati scelti per
soddisfare le sue necessit pi elementari. Non solo dipendono da lui in modo assoluto, ma sono
totalmente incapaci di formulare su di lui un giudizio. Quando  con loro, Hitler si sente sicuro della
propria immensa superiorit. Non sanno nulla di ci che egli propriamente fa, dei suoi progetti e delle
sue decisioni. Egli pu vvere senza che nessuno turbi mai il suo segreto, la cui tutela rappresenta per
lui una grandissima necessit vitale.  il segreto del grande Stato sul quale egli solo comanda; ed egli
pu ben giustificare ai propri occhi la necessit della segretezza assoluta. Dice spesso che non si fida di
nessuno, tantomeno delle donne; e poich accanto a s non ammette la presenza di donne capaci di
pensare, gli riesce facile persistere in questo disprezzo. Si trova bene in tale cerchia, ove nessuno pu
spingersi al suo livello; l vive indisturbato come quella creatura unica che ritiene di essere. Giacch
nessuno ha dei diritti su di lui, si sente protetto da qualsiasi richiesta di favori che potrebbe
raggiungerlo. La sua integrit si identifica per lui con la sua durezza. Non deroga dalla sua concezione
del potere; ha assorbito in s tutto il potere dei suoi modelli storici e nella coerenza con cui lo difende
vede la ragione dei propri successi.
Tuttavia si rende conto che non potrebbe esercitare il potere senza l'aiuto di quei pochi che
hanno contribuito alla sua ascesa e hanno dato buona prova di s. Con essi  largo di concessioni, fin
tanto che gli servono e accolgono senza obiezioni ogni sua decisione. Ha un occhio acuto per le loro
svariate debolezze, che giungono fino alla corruzione. Le accetta se ne  messo al corrente, se nulla di
esse gli  tenuto nascosto: l'onniscienza anche nei loro confronti  una delle sue capitali esigenze. Si
preoccupa di serbare per s questa onniscienza, e di tenere entro limiti ben precisi il potere degli altri.
Egli solo, e nessun altro, dev'essere informato di tutto. Si considera un maestro in questa separazione
degli incarichi che affida a ciascuno dei suoi aiutanti. E bada a non attirarli durevolmente vicino a s,
poich potrebbero venire a sapere pi di quanto sia loro consentito. Dal suo punto di vista, questo
istinto  giusto, perch Bormann, l'unico che  sempre rimasto accanto a lui e che, per la natura stessa
del suo incarico di segretario  venuto a conoscenza di molte cose, si  in effetti conquistato il potere.
Si ha l'impressione che Hitler abbia propriamente bisogno delle debolezze di coloro ai quali
delega una parte di potere. Non soltanto, in questo modo, li tiene pi saldamente in pugno e quando
vuole deporli non deve cercare a lungo dei validi motivi. Ma cos, inoltre, conserva su di loro un senso
di superiorit morale.  importante per lui potersi dire immune dalle debolezze pi consuete, come
l'avidit, la concupiscenza, la vanit, tutto ci che interviene nell'esistenza comune degli uomini 
piccoli . Se controlla i suoi ritratti destinati a essere resi pubblici, esiste per questo una giustificazione
politica. Si preoccupa a tal fine di non ingrassare, ma ci non ha a che fare con la vanit: un Fhrer con
la pancia  impensabile. I suoi enormi edifici devono impressionare gli altri potentati e renderli
facilmente arrendevoli. Come egli afferma, per, quegli edifici sono innanzitutto concepiti per
l'eternit: devono servire a rafforzare l'autocoscienza del popolo quando egli non ci sar pi. Tutto ci
che egli intraprende, anche le iniziative pi smisurate, serve alla sua missione: dotatissimo del tipico
talento dei paranoici di scovare motivazioni, non ravvisa nulla in s che non possa giustificare in modo
convincente dinanzi agli altri e a se stesso.
Nella sua inoffensiva e ristrettissima cerchia, pu esprimersi liberamente riguardo ai suoi
complici; non si contiene affatto: ed  divertente, ma anche istruttivo, leggere in Speer quali parole
riservi a questa gente. Deride Gring per la sua passione venatoria:  talmente facile abbattere gli
animali da lontano. Ammazzare gli animali  un lavoro da macellaio. Sugli uccisori di uomini, non si
pronuncia. Lo ritiene forse pericoloso in ogni caso? La  filosofia  di Rosenberg gli riesce
incomprensibile. Anche se ne parla pochissimo, si ha l'impressione che gli invidi la diffusione e le
enormi tirature del suo libro. Certo, le tirature di Mein Kampf sono di gran lunga superiori, ma egli non
tollera nulla che in qualsiasi campo gli si avvicini e che, sia pure da lontano, attenti alla sua unicit. Le
smanie di Himmler a proposito dei Germani gli danno sui nervi. Bisogna proprio ricordare al mondo
che quelli, al tempo dell'impero romano, abitavano in capanne di fango? Hitler sembra vergognarsi
delle condizioni degli antichi Germani, che vivevano senz'arte e senza cultura. Lui, che apprezza
Grtzner e il Ring viennese, si sente molto superiore a loro. A proposito di Himmler si esprime con una
certa asprezza, quando questi definisce Carlo Magno massacratore dei Sassoni. Hitler approva il
massacro dei Sassoni, giacch l'impero franco ha portato in Germania la civilt. Il fatto che approvi il
massacro dei Sassoni di Germania  gi una sorta di segno precorritore della sua futura indifferenza per
il destino dei Tedeschi. Comunque non ammette che si sparli di Carlo Magno poich riconosce in lui un
precursore. In fondo, rispetta i Germani solo a partire dal Sacro Romano Impero:  irresistibile la forza
di attrazione che sente per gli imperi, in quanto egli stesso  in procinto di fondare il proprio impero
universale.
Il rapporto di Hitler con Speer  sostanzialmente diverso da quelli con tutti gli altri. Come Speer
stesso ha riconosciuto, Hitler vede in lui la propria giovinezza. Non solo, grazie a lui, le ambizioni
architettoniche della sua giovinezza saranno pienamente appagate. Nella dimestichezza con Speer,
Hitler ritrova un poco dell'entusiasmo di cui lui stesso era pervaso nel tempo della sua solitudine. Forse
intuisce anche un poco della relativa purezza di quei primi anni di schizzi ben fatti e impossibili da
realizzare, in cui si esprimeva l'ammirazione per qualcosa d'altro, che gi esisteva. Probabilmente egli
non ammir mai nulla tanto quanto la  grande  architettura. Ma non sarebbe stato in grado di capire
che, realizzando quegli schizzi, distruggeva l'unica componente preziosa della sua ammirazione: il suo
carattere di onirica venerazione. Ora, ogni  realizzazione  ha acquistato su di lui un rabbioso potere,
cui egli sottomette ogni residuo impulso vitale.
DISTRUZIONE
Il duplice piacere della durata e della distruzione, che  caratteristicd del paranoico,  stato
esaminato a fondo a proposito del  caso Schreber '.8 La minaccia contro la propria persona, avvertita
acutamente come se fosse sempre incombente, viene contrastata in due modi: da un lato, mediante
l'estensione in enormi spazi che sono per cos dire incorporati nella propria persona, dall'altro
mediante il conseguimento di durata  e-terna . La formula del  Reich millenario  non sarebbe
affatto eccessiva per un caso di paranoia avanzata. Tutto ci che  diverso dall'io viene eliminato o
sottomesso: sottomissione vuol dire soltanto temporanea salvezza, che facilmente si converte in
sterminio. Ogni resistenza nell'mbito della propria sfera di potere appare insopportabile: narra Speer
che resistere a Hitler significava suscitare tutta la sua furia. Solo l dove non dispone ancora del potere
assoluto, egli  capace di accomodamenti: e questo perch si tratta dei processi che gli serviranno ad
acquisire il potere. Il Reich in tutta la sua estensione costituisce la persona di Hitler finalmente non pi
in pericolo, e fin quando egli non sar giunto ad abbracciare tutta la terra non potr mai stare tranquillo.
L'obiettivo della durata diviene ovvio in questa prospettiva: nelle Memorie di Speer non ne mancano le
testimonianze.
Alla sommit del  Kuppelberg  hitleriano di Berlino, a 290 metri d'altezza, dev'essere posta
un'aquila. Al principio dell'estate del 1939 Hitler ne parla a Speer:  Lass non dovr pi esserci
l'aquila sulla svastica: l'aquila dovr invece sovrastare il globo del mondo! L'aquila sul globo del
mondo dev'essere il coronamento del pi grande edificio della terra! .
Gi due anni prima, nel 1937, discutendo il progetto del  Grosse Stadion , aveva detto quasi
di passata:  Nel 1940 i giochi olimpici avranno ancora luogo a Tokio. Ma dopo si svolgeranno per
sempre in Germania .
I libri su cui si sofferma pi a fondo, quelli che formano le sue letture preferite, trattano di
guerra o di architettura. In questi campi sorprende per le sue precise conoscenza anche gli specialisti, e
grazie alla sua memoria gli riesce facile sconfiggerli nelle discussioni su tali argomenti. La sua
architettura  comprensibile solo quando se ne considera il fine di  eterna  durata; Hitler detesta ci
che non  pietra: il vetro, dietro al quale non ci si pu nascondere, e oltretutto  fragile,  da lui aborrito
come materiale per grandi edifici.
Da principio egli tiene meglio celato il suo piacere di distruggere, che perci appare ancor pi
mostruoso quando finalmente si manifesta. Verso la fine di giugno del 1940, tre giorni dopo l'inizio
dell'armistizio con la Francia, Hitler porta con s Speer e pochi altri in visita a Parigi, ove non era mai
stato. In tre ore visita l'Opra, dimostrandosene profondo conoscitore ( Qui potete vedere quanto me
ne intendo! ), la Madeleine, gli Champs-lyses, l'Arc de Triomphe, la Tour Eiffel, Les Invalides, ove
rende omaggio reverente a Napoleone, il Panthon, il Louvre, Rue de Rivoli e infine il Sacr-Coeur a
Montmartre. Dopo queste tre ore dichiara:  Era il sogno della mia vita poter vedere Parigi. Non posso
dire quanto sono felice che si sia realizzato .
La sera stessa, tornato nel suo quartier generale, nella stanzetta di una casa di contadini, incarica
Speer di riprendere la costruzione degli edifci di Berlino, e soggiunge:  Non era bella Parigi? Ma
Berlino dovr essere molto pi bella! Mi ero chiesto pi volte se non si dovesse distruggere Parigi; ma
quando a Berlino sar tutto pronto, Parigi non sar pi che un'ombra. E allora perch dovremmo
distruggerla? . Speer  sorpreso dalla tranquillit con cui Hitler parla della distruzione di Parigi, 
come se si trattasse della cosa pi ovvia del mondo . Qui appare evidente la prossimit fra superare e
distruggere. Il superamento equivale alla vittoria, e qualora sia ottenuto in fretta differisce la
distruzione. La facile vittoria sulla Francia ha temporaneamente salvato Parigi. Parigi deve ancora
durare, in modo da apparire come un'ombra rispetto alla nuova Berlino. Subito dopo, in quello stesso
1940, Speer ha modo di ascoltare Hitler che, durante una cena alla Cancelleria del Reich,  prende a
vaneggiare in crescente ebbrezza di distruzione .  Ha mai guardato una carta di Londra? Le case sono
cos ftte che un solo focolaio d'incendio basterebbe a distruggere l'intera citt, come  accaduto
duecento anni fa. Gring, con innumerevoli bombe incendiarie di nuovissima efficacia, creer focolai
d'incendio nei pi diversi quartieri di Londra; ovunque, focolai d'incendio. A migliaia. E poi si
uniranno in un immenso mare di fuoco. Questa di Gring  l'unica idea giusta: le bombe dirompenti
non servono, ma con le bombe incendiarie lo si pu fare: distruggere totalmente Londra! Cosa potranno
mai concludere con i loro servizi antincendio, una volta che sia scatenata questa offensiva? .
Si rivela cos senza mascherature il piacere di distruggere una citt con otto milioni di abitanti, e
proprio il numero degli abitanti deve aver contribuito alla crescita di quel piacere. La riunione di
migliaia di focolai d'incendio in un immenso mare di fuoco si presenta come una sorta di immagine di
massa. Il fuoco serve spesso da simbolo della massa, della massa che distrugge, Hitler non si
accontenta del simbolo, lo trasforma nella realt che esso rappresenta e si serve del fuoco come massa
per la distruzione di Londra. Questa  ebbrezza di distruzione  che inizialmente sorge nella mente di
Hitler si riverser in due modi differenti sulla Germania. Ci che egli ha progettato per Londra, e che
non gli riuscir,  divenuto poi realt per le citt tedesche.  come se Hitler e Gring avessero indotto e
persuaso i loro nemici a usare l'arma che essi stessi inventarono. Ma vi  anche un secondo aspetto,
non meno terribile: Hitler aveva una tale familiarit con queste idee di distruzione totale, che esse non
potevano pi impressionarlo profondamente. Le cose pi atroci non lo sorprendevano pi: le aveva
escogitate lui stesso e a lungo si era beato a quei pensieri. Le distruzioni di intere citt erano nate nella
sua mente, ed erano ormai divenute una nuova tradizione della guerra quando si volsero seriamente
contro la Germania. Bisognava soltanto  passarvi attraverso , come attraverso ogni altra cosa. Egli
rifiutava di prenderne conoscenza con i suoi occhi, e n la distruzione di Amburgo n la distruzione di
Berlino lo avrebbero indotto a cedere un palmo di terreno russo conquistato.
Ne risult una situazione oggi incredibile: il suo Reich continuava a estendersi territorialmente
per buona parte dell'Europa, mentre le grandi citt tedesche cadevano una dopo l'altra in macerie. Si
erano presi provvedimenti perch la sua persona in senso stretto rimanesse illesa. E la sua pi vasta
persona era rappresentata dall'estensione del Reich.
Non  possibile figurarsi in maniera adeguata la distruzione che si compie nella mente di un
paranoico. Il lavorio interno, che mira all'ampliamento e alla durata, si contrappone appunto a questa
malattia di voler distruggere. Ma essa  in lui, poich  una parte di lui, e quando si manifesta
d'improvviso nel mondo esterno, dovunque e in qualsiasi modo, non ha pi la capacit di ferirlo o
sorprenderlo. La violenza dei processi che si svolgono dentro di lui  ci che egli impone al mondo
come visione. La sua intelligenza pu essere insignificante come quella di Hitler, egli pu per cos dire
non aver nulla da mostrare che possieda un qualche valore a un esame imparziale - ci nonostante,
l'intensit dei suoi interni processi di distruzione lo fa apparire come visionario o profeta, come
salvatore o come Fhrer.
DIVISIONI, SCHIAVI, CAMERE A GAS
Durante la guerra, la gioia suscitata in Hitler dalla massa eccitata intorno a lui si va spegnendo.
Egli  ormai avvezzo a ottenere con la radio la pi grande massa per lui possibile, cio tutti i Tedeschi.
E non ha pi alcuna occasione di parlare dell'incremento pacifico del numero dei Tedeschi. Lo occupa
la guerra, che egli considera, insieme con l'architettura, la sua autentica professione. Ora agisce
muovendo le divisioni. Sono perfettamente pronte, ai suoi ordini; con esse pu far da padrone a sua
discrezione assoluta. Il suo scopo principale  adesso tenere in pugno i generali. Sono gli specialisti
della guerra quelli che ora deve persuadere. Riesce innanzitutto a renderli docili mediante vittorie facili
e sorprendenti. Le vittorie a cui dapprima aveva chiamato le masse, le vittorie che aveva promesso,
riuscendo in tal modo a formare la massa, diventano ora realt:  il primissimo stadio.
Niente gl'importa di pi che sostenere di aver ragione contro ci che pensano gli specialisti.
Ogni sua previsione avverata diventa un pezzo, solidale con tutti gli altri, della sua coscienza di s. La
paranoia, che ha due volti, abbandona temporaneamente quello della persecuzione e assume
esclusivamente quello della grandezza.
La sua mente non  mai libera dall'idea delle masse; sono mutate per la loro composizione e la
loro funzione. In passato ha acquistato i suoi Tedeschi, ora acquista degli schiavi. Sono utili, e il loro
numero sar molto pi grande di quello dei Tedeschi. Ma non appena la conduzione della guerra
incontra in Russia delle difficolt, e non appena le stesse citt tedesche sono minacciate dalle bombe,
un'altra massa acquista per lui una grande importanza: quella degli Ebrei, da sterminare. Li ha riuniti,
ora pu annientarli. Gi in precedenza aveva detto con sufficiente chiarezza che cosa intendeva fare di
loro; ma quando si tratta seriamente di procedere allo sterminio, egli si preoccupa che venga tenuto
segreto.
Era possibile trovarsi tanto vicini come Speer alla fonte del potere, senza avere direttamente di
fronte quello sterminio. Qui la testimonianza di Speer mi sembra specialmente significativa. Non solo
egli era consapevole dello stadio della schiavit, del lavoro forzato, ma anzi se ne occupava nell'mbito
delle sue competenze. I suoi progetti erano in parte basati su questo. Ma dello sterminio divenne
consapevole solo molto tardi, quando la guerra appariva gi perduta. Le vere e proprie rivelazioni circa
i campi di sterminio colpirono Speer solo all'ultimo, quando era ormai impegnato nella lotta contro
Hitler, e solo a Norimberga, per la prima volta, ebbero su di lui pieno effetto. Tutto ci  credibile, non
foss'altro perch lo indusse a postulare una colpevolezza collettiva della dirigenza tedesca. La fermezza
del suo comportamento in circostanze difficili - egli dovette trovarsi di fronte i coimputati che lo
consideravano un traditore -, la franchezza delle sue dichiarazioni - egli non maschera nulla -, l'opera
principale cui egli attese durante gli anni di carcere, la stesura delle sue memorie che avevano l'intento
di rendere impossibile la formazione di una leggenda intorno a Hitler, tutto ci presuppone lo shock
tardivo che egli sub da quelle rivelazioni.
Hitler riusc dunque nel complesso a mantenere la maggioranza dei Tedeschi ignari della sua
impresa pi orrenda, le camere a gas. Ci, in compenso, fu tanto pi presente nella sua coscienza. In tal
modo ogni via per tornare indietro gli fu sbarrata. Per lui non ci fu pi alcuna possibilit di concludere
la pace. Rimaneva un'unica strada aperta: la vittoria, la quale, quanto pi appariva impossibile, tanto
pi era l'unica.
DELIRIO E REALT
 difficile separare in Hitler delirio e realt: trapassano incessantemente l'uno nell'altra. Ma in
s e per s questo fatto distingue ben poco Hitler dagli altri. La vera differenza consiste nella forza
della sua illusione, che in lui non s'accontenta di piccole soddisfazioni come nella maggior parte degli
uomini. Il delirio di Hitler nella sua compattezza  l'elemento primario e non accetta di sacrificare la
minima parte di s. Tutto ci che compare nella realt viene riferito al delirio come globalit. Il suo
contenuto  tale che una sola cosa pu alimentarlo: i successi. L'insuccesso non pu propriamente
toccare Hitler; egli ha un'unica funzione: spronare gli altri a trovare nuove ricette per il successo.
Nell'imperturbabilit del delirio egli ravvisa l'essenza della propria durezza. Tutto ci che ha afferrato
una volta, rimane e non si sbriciola. Nessuno degli edifici che egli ha pensato di erigere  fondato cos
solidamente come il suo delirio. Non  un delirio che gli permetta di ritrarsi in se stesso e di vivere a
fianco del mondo:  cos fatto, che egli deve imporlo al mondo circostante. La via che altri percorrono
in casi apparentemente affini, siano essi degli inventori o dei creatori particolarmente appassionati, la
via che consiste nel convincere singole persone o nel produrre opere cui spetta di operare il
convincimento, non  fatta per lui. Sarebbe innanzitutto una strada assai lenta, e inoltre non corrisponde
al contenuto del suo delirio. A partire dall'esito catastrofico della Prima guerra mondiale, Hitler 
pervaso dalla massa dei soldati tedeschi caduti, per lui non possono essere caduti invano e dunque
rimangono in vita in un modo solo a lui peculiare. Egli vuole ritrasformarli nella massa che esisteva al
momento dello scoppio della guerra.  questa la massa che costituisce la sua forza, la massa con l'aiuto
della quale, poich a essa si riferisce incessantemente, egli pu eccitare e raccogliere intorno a s nuove
masse. Hitler si rende conto prestissimo della realt di questa massa, ed esercitandosi costantemente
con una crescente intensit riesce a trasformarsi in un vero maestro delle masse. In questo mbito
s'accorge che gli  possibilissimo trasformare il suo delirio in realt. Ha scoperto per cos dire il punto
debole della realt, il punto in cui essa  sommamente fluida e dinanzi al quale arretra la maggior parte
di coloro che temono la massa.
Ci non accresce il suo rispetto per l'altra realt, la realt statica. Il potere che si nutre delle
masse, il potere allo stato grezzo, resta a lungo l'unico di cui egli disponga, e sebbene cresca
rapidamente non  affatto ci che egli veramente vuole: il suo delirio esige il potere politico assoluto
nello Stato. Non appena lo ha raggiunto, allora s che si accosta alla realt.  capacissimo di
distinguerla dal suo delirio. Il suo senso della realt, del quale  molto orgoglioso, consiste
nell'esercizio del potere. Ed egli adopera il potere per imporre grado a grado il contenuto del suo
delirio al suo ambiente e ai suoi apparati. Finch tutto va bene,  per essi impossibile rendersi conto (n
sarebbe da augurarglielo) del carattere delirante della struttura in cui sono inseriti e della quale
partecipano. Solo con gli insuccessi, l'irrevocabile rigidit e l'autentica follia della sua impresa
cominciano a diventare visibili in modo sorprendentemente chiaro. L'abisso si allarga fra delirio e
realt, e la saldezza della sua fede in se stesso al tempo della sua buona sorte si rivela la sventura della
Germania, cos come fin dagli esordi era stata la sventura del resto del mondo.
Ma egli continua a rivendicare il diritto alla preveggenza. Lui solo e nessun altro pu prevedere
ci che accadr. Pi volte s' dimostrata l'esattezza delle sue previsioni. La realt del futuro gli
appartiene, egli l'ha compresa nella sfera del proprio potere. Egli considera gli avvertimenti altrui come
un turbamento del suo futuro. Lo esasperano anche se provengono dai suoi collaboratori pi fidati. Li
respinge con la massima asprezza, come una sorta di insubordinazione. Per lui ormai le sue previsioni
hanno acquistato il carattere di ordini che egli impartisce al futuro.
La capacit di intuire i pensieri altrui, tipica del paranoico non meno che del potente, comincia a
dimostrare il suo carattere delirante. Gli era stata utile per valutare gli avversari. Riusciva infatti a
penetrarne le intenzioni anche quando erano ancora nascoste. A tale capacit e alla esattezza delle sue
previsioni egli si riferisce quando parla del suo  sesto senso . Ma ora che  incalzato dalle difficolt,
si comincia a capire quanto possa essere falsa la sua capacit d'intuizione. Hitler crede per parecchio
tempo che lo sbarco in Normandia sia una finta: il vero sbarco avverr nella zona di Calais. Le misure
che prende contro il nemico sono dettate da questa falsa intuizione, dalla quale nulla pu distoglierlo,
alla quale si attiene, irremovibile, fino a quando sar troppo tardi.
Il fallito attentato del 20 luglio ha come conseguenza l'ultima, efficace crescita del suo senso
del potere. Hitler  sopravvissuto come per miracolo,  stato dunque davvero un miracolo. Per una
volta, Stalin diventa il suo modello. Hitler approva il modo in cui Stalin ha eliminato i generali russi, e
sebbene non sappia nulla di concreto circa il loro tradimento, ammette che debbano essere colpevoli
poich lui stesso odia i propri generali. Ordina infatti che siano perseguiti con la massima durezza e li
fa uccidere nel modo pi infamante. Dalla loro esecuzione ricava la forma pi primitiva di potere:
quella del sopravvivere ai nemici. Si gode i film di quelle esecuzioni e li fa proiettare nella sua cerchia
intima. Qualche vittima per la tiene in serbo per dopo, e predispone di tanto in tanto ulteriori
esecuzioni, a seconda delle circostanze e del suo bisogno. Il 12 aprile 1945, diciotto giorni prima della
morte di Hitler, Speer viene chiamato d'urgenza da lui.  Mi vide e si lanci verso di me con una
vivacit rara in lui, quasi invasato, con un dispac-cio d'agenzia in mano:  Qui, legga qui! Qui! Non ci
volevano credere! Qui! , Le sue parole si accavallavano:  Ecco, qui, il grande miracolo che io ho
sempre predetto. Chi ha ragione adesso? La guerra non  perduta. Legga! Roosevelt  morto! . Non
riusciva a calmarsi .
Il prolungarsi della guerra fino a quell'istante appare giustificato. Sembrano ripetersi le vicende
della fine della Guerra dei Sette Anni, quando Federico fu salvato dal pericolo incombente poich mor
la sua acerrima nemica. Poche cose hanno contribuito in modo cos determinante al proseguimento del
tutto assurdo della guerra come il pensiero di questa svolta di un destino storico. Federico il Grande fu
uno dei primi modelli durevoli di Hitler: alla fine, l'unico.
Nel suo bunker, che Speer paragona a una prigione, null'altro che rovine intorno a s, i Russi
alle porte di Berlino, di cui quasi pi nulla  rimasto intatto, Hitler  in grado di sperare in una svolta
della guerra poich  morto un suo personale nemico. Per lui, fino all'ultimo, la storia vera e propria 
soltanto una lotta fra alcuni, pochissimi, potenti; solo essi contano; quale di essi riesca a sopravvivere
agli altri,  ci che determina il corso del mondo - e nulla rivela pi chiaramente la devastazione
provocata nella mente di Hitler dall'idea del potere e dalla sua cieca dedizione a essa. Alla scomparsa
di Roosevelt, l'uomo che egli irrideva e disprezzava chiamandolo  il paralitico , si aggrappa ora la
sua ultima speranza.
Se si considera l'efficacia dei modelli storici e la loro pericolosit mai del tutto compresa,
sarebbe opportuno riportare in tutti i libri di lettura del mondo la scena del bunker cos come Speer l'ha
narrata. Per ora non possiamo fare molto di pi che addurre immagini di verit assoluta in grado di
contrapporsi alla persistente efficacia di quei modelli tanto funesti. La vergogna per questa situazione,
l'esame della sua ignominia, l'essenza della visione falsa - tutto questo insieme dovrebbe poter
suscitare un'impressione incancellabile.
1 A. Speer, Erinnerungen, Berlin, 1969 (trad. it. Memorie del Terzo Reich, Mondadori, Milano,
1971) (N.d.T.).
2 Al concetto di  cristalli di massa  Canetti ha dedicato un paragrafo di Massa e potere, cit.,
pp. 88-90 (N.d.T.).
3 Kuppelberg: letteralmente montagna a cupola; era la denominazione del progettato
edificio delle adunate, che avrebbe dovuto contenere 180.000 persone. Internamente sarebbe dovuto
essere un immenso locale circolare con, al centro, un'arena circondata da tribune concentriche; sul lato
di contro all'ingresso: una nicchia alta 50 metri, a mosaico d'oro, ove avrebbe preso posto Hitler
(N.d.r.).
4 Cfr. Massa e potere, cit., pp. 47-50 (N.dT.).
5 Einweihen significa al tempo stesso  inaugurare  e  consacrare  (N.d.T.).
6 Traduciamo con questi due verbi insieme la forma messen usata da Canetti (N.d.T.).
7 Si veda il mio libro Masse und Macht, cit., pp. 500 sgg. (trad. it Massa e potere, cit., pp.
528-71).
8 Si vedano sopra, nel saggio Potere e sopravvivenza, le pp. 31-37 (N.d.T.).
CONFUCIO NEI SUOI DIALOGHI
L'avversione di Confucio per l'eloquenza, il peso delle parole scelte con propriet. Egli teme
che l'uso facile e scorrevole le indebolisca. L'esitazione, la riflessione, il momento che precede la
parola  tutto; ma anche il momento che la segue. Nel ritmo della domanda e della risposta isolate c'
qualcosa che ne accresce il valore. Confucio odia la parola veloce dei sofisti, il concitato palleggio
delle parole. Ci che conta non  il colpo della risposta immediata, ma l'affondare della parola alla
ricerca della sua responsabilit.1 Confucio ama attenersi a qualcosa che sia presente, e ama spiegarlo.
Dibattiti pi lunghi, da parte sua, non ci sono stati tramandati e apparirebbero innaturali.
In contrasto con lui, i suoi allievi diventano utili ai principi regnanti pi per la loro eloquenza
che per il loro sapere. Quelli tra loro che si fanno innanzi nel mondo grazie ai discorsi non sono dunque
i veri allievi del suo cuore.
Nella vita di Confucio spicca la sua mancanza di successo, specie durante il periodo di
peregrinazioni di citt in citt. Sarebbe difficile prenderlo sul serio se in qualche luogo fosse
effettivamente divenuto e rimasto ministro. Trascura il potere reale, gli interessano soltanto le sue
possibilit. Per lui il potere non  mai fine a se stesso, bens un compito, la responsabilit per la totalit.
Egli diventa cos il maestro della negazione e si dimostra perfettamente in grado di preservarsi.
Tuttavia non  affatto un asceta, prende parte a ogni aspetto di questa vita e mai si ritrae veramente da
essa. Solo nei periodi di lutto per i morti ammette qualcosa di simile all'ascesi: essa serve alla
conservazione vivente del morto.
La sua felicit, che non ha mai fine,  lo studio.
I suoi interessi antiquari si collegano sempre all'umano e servono all'ordinamento
dell'esistenza. In lui la propensione all'ordine si spinge molto in l, e la ritualit dell'ordine si incide
profondamente in lui.  Non si sedeva su una stuoia che non fosse ben disposta . Egli ha fiuto per le
distanze e le rispetta scrupolosamente.
Confucio non permette ad alcun uomo d'essere uno strumento. A ci si riconnette la sua
avversione per gli specialisti: un tratto, questo, particolarmente importante, giacch ancora oggi lo si
trova in Cina. Non importa che si sia capaci di far questo o quello, importa che con ogni singola
capacit si sia uomini.
Con grande vigore Confucio insiste per anche sulla necessit che non si agisca per calcolo; ci
significa, a ben considerare, che non si trattino gli uomini come strumenti. Per quanto si voglia tener
conto dell'origine sociale di questo principio, che reca in s il disprezzo verso l'attivit commerciale -
il fatto che esso sia espresso chiaramente e che dallo studio dei dialoghi di Confucio risulti comunque
operante, bench non decisivo, ha una notevole importanza per ci che si potrebbe definire nel
complesso il residuo della civilt cinese.
L'uomo esemplare resta quello che non agisce per calcolo.
Confucio  paziente nelle sue fatiche per ottenere udienza da parte di coloro che detengono il
potere, i principi regnanti. Non si pu dire che li aduli, e quando riconosce la loro autorit lo fa solo
perch dall'esercizio di tale autorit pretende moltissimo.
In genere egli non rivela d'aver alcuna nozione della natura del potere, di ci che il potere 
intimamente. Nozioni di tal genere le forniranno poi i suoi tardi avversari, i legalisti.  molto
significativo che tutti i pensatori della storia dell'umanit i quali comprendono qualcosa del potere
effettivo, lo affermino. I pensatori che sono contro il potere ne penetrano difficilmente l'essenza.
Provano per il potere un orrore talmente grande che non riescono a occuparsene; temono d'esserne
contaminati; il loro atteggiamento ha qualcosa di religioso.
Hanno elaborato una scienza del potere solo quei pensatori che lo approvano e sono disposti a
farsi suoi consiglieri. Qual  il modo migliore per ottenere e conservare il potere? A cosa bisogna
specialmente badare per difenderlo? Quali scrupoli, che ne ostacolano l'esercizio, bisogna metter da
parte?
Il pi interessante fra questi conoscitori del potere che lo valutano positivamente  Han Fei Tzu
(vissuto 250 anni dopo Confucio). Studiarlo  indispensabile per gli avversari pi incalliti del potere.
I Dialoghi di Confucio sono il pi antico ritratto spirituale completo di un uomo. Si leggono
come un libro moderno;  importante non solo tutto ci che contengono, ma anche tutto ci di cui sono
carenti.
L'uomo che vi si impara a conoscere  un uomo assolutamente completo, ma non un uomo
qualsiasi.  un uomo che tiene conto della propria esemplarit e che, grazie a essa, vuole agire sugli
altri. Ogni singolo tratto, e moltissimi ne sono delineati, ha un suo significato. Secondo un ordine non
rigido, non predisposto in base a norme identificabili, si manifesta nella sua globalit una creatura che
agisce in modo credibile, che pensa, respira, parla, ammutolisce, e che, soprattutto,  un modello.
Studiando Confucio si pu imparare con particolare chiarezza come sorga un modello e come si
conservi. Bisogna innanzitutto gi essere ricolmi di un modello al quale ci si attiene in ogni circostanza,
del quale non si dubita; un modello cui non si rinuncia mai, che si potrebbe raggiungere e che tuttavia
non si raggiunge mai del tutto. Anche se lo si fosse raggiunto, non si dovrebbe voler mai ammettere di
averlo raggiunto davvero. Giacch il modello raggiunto perde la sua forza. Nutre soltanto chi, di
lontano, vi aspira. Il tentativo di superare questa distanza, il tentativo di stringere dappresso il modello,
dovr sempre essere rinnovato, ma non potr mai riuscire. Finch non riesce, finch dura la tensione
della distanza, il salto in direzione del modello pu continuamente essere ritentato. Ci che importa, sia
pure in modo apparentemente vano, sono questi tentativi, anch'essi vani in apparenza; nel compierli,
infatti, si acquista un'esperienza, una capacit, una qualit riguardo agli altri.
Confucio si pone dinanzi a grande distanza il proprio modello;  il duca di Tsu, che visse
cinquecento anni prima di lui e al quale veniva attribuita la maggior parte delle istituzioni della dinastia
allora nuova. Per capirlo, Confucio si occupa di tutto ci che allora e da allora era accaduto, e inoltre
dei documenti storici, dei canti, dei riti. Esamina queste tradizioni, le vaglia e le ordina; in seguito si
suppose che tutto quanto si sapeva di quel periodo fosse stato definito da Confucio. Il suo modello gli
appare in sogno; negli anni successivi egli diventa inquieto se queste apparizioni non si ripetono per un
certo tratto di tempo. Considera infatti la mancata apparizione un segno di disapprovazione: vuol dire
che egli ha fallito troppo, l dove il duca aveva ottenuto successo.
Non  per il suo unico modello. Si pu dire che Confucio abbia raggruppato intorno a dei
modelli l'intera storia cinese, almeno fin l dove credeva di conoscerla: al principio di ciascuna delle
tre dinastie tradizionali, ma anche immediatamente prima della prima di esse, egli colloca una o due
figure che con il loro valore esemplare improntano a lungo il periodo successivo. Non solo si rende
conto dell'enorme importanza dei modelli, ma sa anche che essi si logorano e perci si preoccupa del
loro rinnovamento. Da se stesso e dai suoi allievi apprende l'efficacia degli esempi positivi. Dai
principi che cerca di consigliare e che non vogliono ascoltarlo impara a conoscere gli esempi negativi.2
Per quanto gli siano sgraditi, egli non li sopprime. Li introduce nella storia e li colloca preferibilmente
alla fine delle dinastie. Si preoccupa sempre, per, che nella storia gli esempi negativi siano vinti ed
eliminati dagli esempi positivi.
Occupandosi cos dei propri modelli, egli stesso diventa uno di questi, ed  degno di nota che
egli sia diventato un modello molto pi di quelli, e per un arco di tempo di gran lunga maggiore.
 Un giovane  dice Confucio  dovrebbe essere trattato con il massimo rispetto. Come fai a
sapere che un giorno egli non varr quanto tu vali oggi? Chi ha raggiunto i quaranta o cinquantanni
senza essersi distinto in qualche modo, quegli non merita alcun rispetto .
Confucio ha applicato questo principio durante la sua lunga consuetudine con gli allievi. Come
li osserva! Con quanta prudenza li valuta! Si guarda bene dal nuocere loro con una lode troppo precoce.
Si lascia andare ed  felice quando meritano lode incondizionata. Non biasima senza aver tolto al
biasimo la sua punta nociva. Si lascia criticare dagli allievi e risponde loro. Nonostante il grande
numero di princpi da cui egli prende le mosse, la sua valutazione del carattere resta empirica. Quando
due allievi si ritrovano insieme, egli li interroga sui loro pi intimi desideri e poi rivela i propri. In ci
non si deve ravvisare una critica, piuttosto un confronto fra nature diverse.
Egli tuttavia non fa mistero del suo profondo amore per Yen Hui, il Puro e l'inutile al mondo; e
non nasconde la sua disperazione quando l'allievo prediletto muore a trentadue anni.
Non conosco alcun saggio che come Confucio abbia preso la morte tanto sul serio. Alle
domande intorno alla morte rifiuta una risposta.  Se ancora non si conosce la vita, come si potrebbe
conoscere la morte? . Su questo tema non  mai stata detta una frase pi appropriata. Confucio sa
benissimo che tutte le domande di tal genere riguardano un periodo dopo la morte. Ogni risposta  una
scappatoia che non tiene conto della morte,  cos che viene elusa la morte e la sua incomprensibilit.
Se dopo c' qualcosa, come qualcosa c'era prima, la morte in quanto tale perde il suo peso. Confucio
non si presta a questo, che  il pi indegno dei trucchi. Non dice che dopo non c' nulla, non pu
saperlo. Ma si ha l'impressione che se anche fosse possibile non gli importerebbe affatto di saperlo.
Ogni valore viene cos spostato sulla vita; alla vita viene restituito quel tanto di seriet e di splendore
che gli uomini le avevano sottratto, trasferendo di l dalla morte buona parte, e forse la parte migliore,
della loro forza. In tal modo la vita resta interamente ci che , e anche la morte rimane intatta; vita e
morte non sono permutabili n confrontabili, non si mescolano fra loro, restano diverse.
La purezza e l'orgoglio umano di questo principio possono conciliarsi perfettamente con la
netta accentuazione del ricordo dei morti che  palese nel Li Chi, il Libro dei Riti dei Cinesi. In questo
libro si trova ci che di pi credibile io abbia letto in tutta la mia vita sull'approccio ai morti, e sul
significato della loro presenza nei giorni destinati alla loro memoria. A questo proposito il contenuto
del Libro dei Riti  perfettamente nello spirito di Confucio; sebbene sia stato esposto in tale forma solo
in epoca successiva, vi ritroviamo ci che sempre si avverte quando si leggono i dialoghi di Confucio.
Con tenerezza e tenacia, unite in modo che raramente si incontra altrove, Confucio s'adopera ad
accrescere il senso di venerazione per certi morti.  stato troppo poco sottolineato che egli si sforza
cos di diminuire il piacere del sopravvivere, uno dei compiti pi ardui, il quale fino a oggi non  stato
affatto assolto.
Chi piange per tre anni il proprio padre, interrompendo radicalmente e cos a lungo il corso
della propria attivit consueta, non pu provare alcuna gioia di sopravvivere; ogni soddisfazione di
sopravvivere, quand'anche fosse ancora possibile, verrebbe estirpata alla base dalla pratica degli
obblighi del lutto. In questo periodo, infatti, bisogna anche dimostrarsi degni del padre. Ci si carica
della sua esistenza in ogni particolare, si diventa lui, mediante un'incessante venerazione. Non soltanto
non lo si rimuove, ma anzi si mira al suo ritorno e con determinati riti si ottiene la sensazione di tale
ritorno. Il padre morto continua a esistere come figura e modello. Ci si guarda dal non fare il proprio
dovere nei suoi confronti: dinanzi a lui bisogna dar buona prova di s.  Dopo tre giorni si mangia di
nuovo, dopo tre mesi ci si lava di nuovo, dopo un anno si indossano di nuovo abiti di seta grezza sotto
il costume di lutto. Il tormento di s non deve spingersi fino all'annientamento dell'essere, affinch la
vita non sia danneggiata dalla morte. Il lutto non supera i tre anni .
 I sacrifici non devono essere troppo frequenti, poich altrimenti divengono gravosi e la loro
solennit ne soffre. Ma non devono neppure essere troppo rari, poich altrimenti si diventa pigri e ci si
dimentica dei morti .
 Il giorno del sacrifcio, il figlio pens ai genitori, richiam alla memoria la loro abitazione, il
loro sorriso, il tono della loro voce, il loro modo di sentire; pens a tutto ci che li rallegrava e a ci che
mangiavano volentieri. Dopo che in questo modo ebbe digiunato e meditato per tre giorni, vide coloro
per i quali digiunava .
 Il giorno del sacrificio, quando entr nella stanza degli antenati, aspettava con ansia di
rivederli sul seggio degli antenati; muovendo intorno, entrando e uscendo, era certo di sentirli muovere
o parlare; quando usc dalla porta, stette con il fiato sospeso ad ascoltare, come se li udisse sospirare .
Per quanto ne so, e considerando tutte le civilt, questo  l'unico tentativo serio di eliminare la
cupidigia di sopravvivere. Almeno sotto questo aspetto,  necessario dunque che il confucianesimo
delle origini - nonostante le degenerazioni successive - sia preso in considerazione senza alcun
pregiudizio.
Con tutto il rispetto che perci si deve a Confucio, non si potr negare che un'altra questione
era per lui pi importante. Si trattava di utilizzare il ricordo dei morti per fissare stabilmente la
tradizione. Egli prefer questo mezzo alle sanzioni, alle leggi e alle pene. La trasmissione di padre in
figlio gli parve pi efficace, ma solo nella misura in cui il padre stesse dinanzi al figlio come persona
intera, modello mai sgretolato. Tre anni di lutto gli parvero necessari affinch il figlio divenisse
interamente ci che il padre era stato.
Questo implica molta fiducia in ci che il padre era, e vuole impedire un peggioramento di
padre in figlio. Resta per da considerare se in tal modo non si renda anche pi difficile un
miglioramento.

1 Notiamo che in tedesco vi  un legame, che non pu essere reso in italiano, tra Antwort 
(risposta ) e Verantwortung (responsabilit) (N.d.T.).
2 Gegenbilder: letteralmente  contro-immagini ,  immagini invertite  (N.d.T.).

TOLSTOJ, L'ULTIMO AVO
La mania di autoaccusarsi di Tolstoj, fin dagli anni giovanili,  un'infezione derivante da
Rousseau. Le sue autoaccuse, tuttavia, vanno a urtare contro un io compatto. Pu rinfacciarsi tutto ci
che vuole, ma non si distrugge.  un'autoaccusa che gli d importanza, fa di lui il centro del mondo.
Sorprendentemente presto, egli scrive la storia della propria giovinezza: di l ha inizio la sua attivit di
scrittore.
Non pu sentir parlare di un nuovo argomento senza volerne subito definire le  regole . Le
leggi, che egli deve sempre trovare, sono il suo orgoglio; cos, tuttavia, va anche alla ricerca di stabilit.
Ne ha bisogno a causa della morte, che ha sperimentato presto e in gran quantit. A due anni perde la
madre, a nove il padre, e a brevissima distanza la nonna, di cui osserva e bacia il cadavere nella bara.
Non  per precoce. Raccoglie a lungo la sua ostinazione. Tutte le sue esperienze si tuffano
immutate nei suoi racconti, romanzi, drammi. Sono esperienze forti, e poich non si sgretolano mai gli
conferiscono qualcosa di monumentale. Ogni uomo che si conserva cos  una specie di mostro. Gli
altri si indeboliscono scorrendo via da s. Egli vede troppo la verit come legge e accorda ai propri
diari una sorta di onnipotenza. Mediante la lettura dei suoi primi diari, che brulicano di verit su di lui,
penose ma sopravvalutate, vuole educare la moglie diciottenne a comportarsi secondo le proprie leggi,
ancora vacillanti. Lo shock che in tal modo le provoca avr conseguenze per cinquant'anni.
Egli appartiene a coloro che non smarriscono un'osservazione, un pensiero, un'esperienza di
vita. Tutto in lui rimane singolarmente cosciente.  spontaneo nelle antipatie, nelle ripulse; ingenuo
nell'attenersi a costumi e immagini tradizionali. La sua forza consiste nel non lasciarsi convincere: per
giungere a nuove convinzioni ha bisogno di violente esperienze personali. I suoi resoconti sul modello
di Franklin, cui d inizio molto presto, sarebbero un po' risibili se tutto ci che contengono non si fosse
ripetuto con spaventosa tenacia. Ci sono per dei brani suoi, affascinanti, che risarciscono di molte cose
che compaiono nei diari: cos, in una lettera alla moglie, egli include totalmente nella propria esistenza
la guerra russo-turca del 1877-78:  Finch durer, non potr pi scrivere.  come se la citt ardesse.
Non si sa cosa fare. Non si pu pensare ad altro .
L'evoluzione religiosa del tardo Tolstoj sta sotto il segno di una coazione inevitabile. Ci che
egli considera libera decisione del suo spirito,  determinato da un'equiparazione mostruosa: con
Cristo. Ma la sua gioia, ogni lavoro agricolo, il predominio in lui delle attivit manuali, hanno ben poco
in comune con Cristo.
Pi che assomigliare a Cristo, egli  un regressivo possidente, il padrone che torna a essere
contadino. Per riparare a tutto ci che i padroni hanno commesso, si serve del Vangelo. Cristo  la sua
stampella. Suo dovere  la propria ritrasformazione, assolutamente personale, in contadino. A lui non
importano i diritti del contadino, ma la sua esistenza. Gli importa inoltre di essere riconosciuto come
contadino.
La sua famiglia, che lo ostacola in questa metamorfosi, gli diviene molesta. Sua moglie ha
sposato il conte e lo scrittore, del contadino non vuol saperne. Lo attornia con i loro otto figli viventi,
che non sono per nulla figli di un contadino. Le sue propriet vengono spartite mentre egli  ancora in
vita. Vuole esserne libero; e tutte le dispute consuete fra eredi si svolgono tra la moglie e i figli sotto i
suoi occhi.  come se egli avesse previsto di far scaturire il peggio dai suoi familiari. La moglie si
nomina editrice delle sue opere. E si consulta sulla faccenda con la vedova di Dostoevskij, di cui fa la
conoscenza appunto per quella ragione. Ci si immagini: due vedove, due vedove abilissime, riunite
insieme.
Negli ultimi anni della sua esistenza Tolstoj viene fatto a pezzi da vivo, per opera di due
iniziative, si pu dire di due imprese d'affari, risultato di ci che egli veramente fu per decenni.
Sua moglie rappresenta l'affare editoriale e vuol ricavare il pi possibile dallo smercio delle
Opere complete. Certkov, il suo segretario, rappresenta la sua fede, la nuova religione o setta che viene
fondata.  abile anche lui, sta attento ad ogni parola di Tolstoj e lo mette sulla buona strada. Diffonde
in tutto il mondo a buon mercato pamphlets e trattati. Usurpa ogni riga del fondatore che possa tornare
utile alla fede e pretende copie del diario in statu nascendi. Tolstoj  legato al discepolo prediletto e gli
permette tutto. Tiene a questa iniziativa, mentre per quella della moglie spesso non prova altro che
amaro rancore. Le due imprese, del resto, vivono di vita autnoma e in generale non si danno pensiero
di lui.
Quando egli subisce un grave attacco e si ha l'impressione che potrebbe morire da un momento
all'altro, la moglie grida d'improvviso:  Dove sono le chiavi? , e vuol dire le chiavi dei suoi
manoscritti.
Ho trascorso tutta la notte, quasi stregato, sulla vita di Tolstoj. Nella vecchiaia, vittima dei
parenti e dei seguaci, oggetto di tutto ci che egli specialmente combatte, la sua vita acquista un
significato che nessuna delle sue opere riesce ad attingere. Egli strazia l'osservatore, ogni osservatore,
poich ognuno scopre incarnate in quella vita convinzioni che sono per lui capitali, strette ad altre che
egli aborre sopra ogni cosa. Tutte sono articolate, vengono cacciate fuori senza riguardo, non cadono
nell'oblio, tornano sempre. In lui appaiono conciliabili cose che altrimenti nell'uomo si combattono
aspramente. Le sue contraddizioni lo rendono sommamente credibile.  l'unica figura di uomo anziano
dei tempi nostri che si possa prendere sul serio. Poich egli lascia che tutto si manifesti, non pu
rinunciare ad alcun biasimo, ad alcuna sentenza, ad alcuna legge, resta aperto da ogni lato, anche l
dove traccia i suoi confini con maggiore nettezza.
Per me  molto doloroso constatare che un uomo, il quale penetra e rifiuta spietatamente il
potere in ogni sua forma, guerra, tribunale, governo, denaro - che un uomo di cos inaudita e
incorruttibile chiarezza, stipuli una sorta di patto con la morte che per lungo tempo ha temuto. Per uno
sviante itinerario religioso, egli s'avvicina alla morte e si inganna su di essa tanto a lungo da essere
infine capace di adularla. In tal modo riesce a dimenticare gran parte della sua angoscia dinanzi alla
morte. La accetta con l'intelletto, come se essa fosse un bene morale. Si esercita a osservarla
tranquillamente quando muoiono le persone che gli sono pi care. Sua figlia Masa, l'unica tolstoiana
adulta della famiglia, muore a trentacinque anni. Egli sta a guardare la sua malattia e la sua morte,
partecipa alla sua sepoltura.  soddisfatto di ci che verifica in quell'occasione: s' spinto innanzi nel
suo allenamento alla morte, ha fatto progressi, approva l'orrore; ci che doveva estorcere da s con la
violenza qualche anno prima, quando era morta, a sette anni, la figlia prediletta Vanicka, ora non gli
riesce pi affatto diffcile.
Egli stesso, cos, continua a sopravvivere e diventa sempre pi vecchio. Gli manca ogni
conoscenza profonda del processo del sopravvivere. Inorridirebbe all'apprendere che la morte di
giovani membri della sua famiglia rafforza il suo senso di vita e di fatto prolunga la sua esistenza.
Certo, egli si augura, pensando a Cristo, la sorte di un martire; ma i poteri di questo mondo, che egli
aborre, si guardano bene dal toccarlo. Tutto ci che gli capita  d'essere scomunicato dalla Chiesa. I
suoi seguaci pi fedeli vengono esiliati, ma lui  lasciato nella sua propriet e pu muoversi
liberamente ovunque. Continua a scrivere ci che vuole e, in un modo o nell'altro, a poter pubblicare:
non  persona che si possa far tacere. Supera anche le malattie pi gravi.
Ci che lo Stato non gli fa, gli giunge dalla sua famiglia.  sua moglie, non il governo, che
apertamente sorveglia il suo bene. La lotta per la vita e per la morte che egli deve combattere con lei
non riguarda i pamphlets e gli appelli - riguarda bens la pi intima resa dei conti che egli ha
quotidianamente con se stesso: il suo diario.  sua moglie, alleata con i figli, che gli d una caccia
mortale. Ella si vendica della guerra che Tolstoj ha combattuto contro il suo sesso e contro il denaro; e
bisogna dire che soprattutto le importa il denaro.  lei che in sua vece sviluppa quella mania di
persecuzione che propriamente sarebbe dovuta nascere in lui, come conseguenza della battaglia senza
compromessi condotta contro nemici potenti. Di lui, il pi franco degli uomini, ella fa nell'estrema
vecchiaia un congiurato. Fino alla fine egli ama la sua dottrina, grottescamente incarnata nel segretario
Certkov. La ama a tal punto che il suo rapporto con Certkov assume carattere omosessuale agli occhi
folli della moglie. I diari, che sono collegati al principio del loro matrimonio, rappresentano per lei
l'autentico Tolstoj. Si  perci appropriata dei suoi manoscritti, che ha faticosamente ricopiato. La sua
paranoia le dice che di Tolstoj non rester altro che i manoscritti e i diari; quelli devono essere suoi.
Ella tuttavia odia la qualit esemplare della sua vita, l'incessante dibattito con se stesso, in cui
lei stessa  coinvolta. E le riesce, con virt diabolica, di devastare gli ultimi anni di quella vita. Non si
pu dire che prevalga totalmente, poich alla fine, dopo tormenti indicibili, Tolstoj fugge. Ma anche
negli ultimi giorni, quando crede di essersene liberato, lei gli  segretamente vicinissima; nei momenti
estremi gli mormora all'orecchio che  stata l tutto il tempo.
Per dieci giorni mi sono occupato della vita di Tolstoj. Ieri  morto ad Astapovo ed  stato
sepolto a Jasnaja Poljana.
Una donna entra nella camera in cui giace malato; egli crede che sia la figlia prediletta morta e
grida forte:  Masa! Masa! . Dunque ha provato la gioia di ritrovare uno dei suoi morti; e anche se
quella donna non era Masa, l'istante ingannevole di questa gioia fu uno degli ultimi della sua vita.
Tolstoj mor faticosamente; come sempre chi ha vissuto con tenacia. Non s' riconciliato con la
Chiesa. Ma era circondato dai discepoli, che l'hanno difeso dagli ultimi emissari della Chiesa. Sua
moglie e i suoi figli - i quali, ad eccezione del maggiore, Sergej, erano tutti dei pessimi soggetti -
s'erano insediati in un vagone di lusso nella stazione di Astapovo, nelle immediate vicinanze del
morente. Questi s'avvide che la moglie spiava dalla finestra, e si dovette tirare una tenda. Sei medici, e
non erano troppi, stavano intorno a lui: per quanto li avesse disprezzati, li preferiva alle attenzioni di
sua moglie.
Non conosco nulla di pi avvincente e toccante della vita di quest'uomo. Che cosa in essa mi
soggioga a tal punto? Che cosa da dieci giorni mi vieta di liberarmene?
 una vita completa fino all'ultimo istante; fino alla morte vi  tutto ci che sta in una vita. Non
c' punto sul quale sia stata decurtata, frodata, falsata. Entro questa vita stanno tutte le contraddizioni
di cui un uomo  capace. Ci  dinanzi completa, nota in ogni particolare: tutto, dalla giovinezza agli
ultimi giorni, in qualsiasi forma,  stato registrato.
Ci che spesso mi disturba nella sua opera, una certa assennatezza e mancanza di slancio, torna
a profitto della sua narrazione autobiografica. Ha una sola tonalit,  credibile, la si abbraccia con lo
sguardo e si soggiace all'illusione che una vita possa davvero lasciarsi afferrare cos.
Forse nessuna illusione  pi importante di questa. Che la vita di un uomo si frammenti in
innumerevoli dettagli che non hanno fra loro alcun rapporto  una concezione che si pu anche
sostenere, ma  stata spinta troppo in l e le sue conseguenze non sono positive. Essa sottrae all'uomo il
coraggio di resistere, poich per avere questo coraggio l'uomo deve sentire che resta uguale a se stesso.
Nell'uomo ci deve essere qualcosa di cui egli non si vergogni, qualcosa che ponga dinanzi agli occhi e
registri le vergogne che sono necessarie. Questa parte impenetrabile della natura pi intima di un essere
umano possiede una sua relativa costanza, rintracciabile gi nei suoi primi anni se la nostra ricerca 
scrupolosa. Quanto pi a lungo riusciamo a inseguire le tracce di tale costanza, quanto pi ampio 
l'arco di tempo in cui si estende l'attivit di quest'uomo, tanto pi la sua vita acquista peso. Un uomo
che per ottant'anni abbia posseduto consapevolmente questo elemento costante offre uno spettacolo
tanto terrificante quanto necessario. Egli rende vera la creazione in un modo nuovo, quasi potesse
giustificarla col suo discernimento, con la sua resistenza, con la sua pazienza.
Mi sono qui occupato soltanto della vita di Tolstoj, non delle sue opere.1 Cos non poteva
fuorviarmi ci che nelle sue opere mi riesce stucchevole. Non lo  mai la sua vita, la sua vita 
mostruosa, con questa fine  una vita esemplare. La sua evoluzione religiosa e morale sarebbe priva di
valore se non l'avesse condotto alla situazione terribile degli anni tardi ed estremi.
Il fatto che Tolstoj sia fuggito ancora una volta e non sia morto nel suo letto ha fatto della sua
vita una leggenda. Ma forse ha valore superiore il periodo che precedette la fuga. La resistenza di
Tolstoj contro tutto ci che gli pareva non vero gli rese nemiche le persone pi vicine, la moglie, i figli.
Se egli avesse subito abbandonato la moglie, se non fosse stato in pensiero per la sua vita, se le avesse
voltato le spalle (e ve n'erano ragioni a sufficienza) non appena l'esistenza vicino a lei divenne
insopportabile - non sarebbe da prendere sul serio. Ma  rimasto e, vecchissimo, ha affrontato le sue
minacce diaboliche. La sua pazienza ha suscitato lo stupore dei contadini intorno a lui, e pi d'uno con
il quale parlava glielo ha anche detto. Non lo disprezzavano: di tutti gli uomini appariva loro ancor
sempre il migliore.
Nelle battaglie che dovette patire divenne, come egli stesso scrive, un oggetto; era questa per lui
la cosa pi insopportabile.
Non era del tutto solo. Aveva discepoli fedeli, e uno che specialmente am poich volgeva
contro lui stesso, contro il maestro, il rigore della sua dottrina. Ebbe anche una figlia ciecamente
devota. Ma proprio questo  ci che rende cos evidenti e concreti gli avvenimenti che lo riguardano.
Non si svolgono in lui solo. Coinvolgono gli altri.
Alla fine, la vita di Tolstoj si svolge come nel mio libro Auto da f: la battaglia per il
testamento, il rovistare fra le carte. Un matrimonio che era iniziato in un clima di venerazione e
comprensione, con la moglie che copiava ripetutamente, senza tregua, ogni pagina scritta dal consorte,
termina nella guerra pi spaventosa a causa di un'assoluta incomprensione. Negli ultimi anni Tolstoj e
sua moglie sono lontani tra loro quanto Kien e Therese. Il loro tormento  per pi intimo, poich dopo
decenni di convivenza, sanno di pi uno dell'altra. Sono nati dei figli da questo matrimonio, il profeta
ha dei seguaci, e dunque lo scenario non  cos spaventosamente vuoto come l'appartamento di Kien.
In Auto da f la rappresentazione del conflitto ha maggiore rilievo e perci  forse pi chiara, ma
siccome si avvale di mezzi che Tolstoj respinge, apparir meno attendibile a persone che posseggano la
sua visione della  natura . Anche nei peggiori tormenti, egli non si sarebbe riconosciuto in Kien,
mentre probabilmente avrebbe riconosciuto sua moglie in Therese.
Nell'estrema vecchiaia Tolstoj ricerca nel trattato di psichiatria di Korsakov i sintomi della
follia di sua moglie. Dovrebbe gi conoscerli tutti con estrema esattezza. Ma non si  mai interessato
seriamente alla follia, l'ha sempre schivata, lasciandola con sprezzo a Dostoevskij.
Poco prima della sua fuga, egli legge I fratelli Karamazov, e in particolare legge qualcosa
sull'odio di Mitja per il padre, o comunque sull'odio. Lo rifiuta, non lo ammette; pu darsi che il suo
rifiuto morale dell'odio offuschi la sua valutazione dinanzi alla soggiogante narrazione di Dostoevskij?
E tuttavia, per la fuga, si procura dalla figlia Sasa il secondo volume dei Karamazov.
1 Devo molto alla stimolante biografia di Troyat (H. Troyat, Tolsto, Paris, 1965) che utilizza
una quantit di materiali accessibili solo in lingua russa.
IL DIARIO DA HIROSHIMA DEL DOTTOR HACHIYA
A Hiroshima i volti che si disfanno, la sete dei ciechi. Denti bianchi sporgenti in un volto
sparito. Vie bordate di cadaveri. Su una bicicletta un morto. Stagni colmi di morti. Un medico con
quaranta ferite.  Siete vivo? Siete vivo? . Quante volte deve udirlo. Visita illustre: l'Eccellenza. In
suo onore, egli si alza a sedere nel letto e pensa, va meglio.
Di notte come unica luce i fuochi della citt, cadaveri che bruciano. Odore come di sardine che
bruciano.
Quando accadde, la prima cosa che d'improvviso not su di s: era completamente nudo.
Il silenzio, tutte le figure si muovono senza rumore, come in un film muto.
Le visite ai malati nell'ospedale: primi resoconti di ci che  stato l'annientamento di
Hiroshima. La citt dei quarantasette Ronin  stata scelta per questo?
Il diario del medico Michihiko Hachiya comprende 56 giorni a Hiroshima, dal 6 agosto, il
giorno della bomba atomica, al 30 settembre 1945.
 scritto come un'opera della letteratura giapponese: precisione, delicatezza e responsabilit
sono i suoi tratti essenziali.
Un medico moderno, che  tanto giapponese da credere irremovibilmente nell'imperatore,
anche quando questi annuncia la capitolazione.
In questo diario quasi ogni pagina  degna di riflessione. Se ne impara pi che da ogni altra
descrizione successiva, poich si  coinvolti nell'inesplicabilit dell'accaduto fin dal principio: tutto 
assolutamente inesplicabile. Fra le sue sofferenze, in mezzo ai morti e ai feriti, l'autore va raccogliendo
pezzo per pezzo la situazione di fatto; i suoi sospetti cambiano a mano a mano che egli ne sa di pi, e si
trasformano in teorie che esigono esperimenti.
Non c' una riga falsa in questo diario; e nessuna vanit che non si fondi sul pudore.
Se avesse un senso riflettere su quale forma di letteratura sia oggi indispensabile, indispensabile
a un uomo che sa e non chiude gli occhi, si dovrebbe dire: eccola,  questa.
Tutto si svolge in un ospedale, e perci l'osservazione  interamente vincolata agli uomini: a
quelli che lo cercano e a quelli che lo gestiscono. Vengono menzionate delle persone, e quelle entro
pochi giorni sono morte. Altre persone giungono da luoghi e citt diversi a visitare Hiroshima. 
sconvolgente ritrovare in vita amici creduti morti. L'ospedale  il migliore della citt, una sorta di
paradiso in confronto agli altri, ognuno cerca di arrivarvi e molti ci riescono. Di notte le uniche luci
sono i fuochi nella citt; i morti che vengono cremati elargiscono quella luce. Pi tardi si forma intorno
a un'unica candela un gruppo di tre, che parlano del pikadon, ci che  accaduto.
Ognuno cerca di integrare quanto sa con il resoconto d'un altro, come se si dovesse ricomporre
un film con fotogrammi frammentari e casuali, e di tanto in tanto se ne aggiungesse un pezzo. Si va
nella citt, ci si apre il passo fra le rovine o si scava alla ricerca di tesori, si ritorna nella nuova
comunit dei moribondi e si spera.
Mai come in questo diario sono riuscito a conoscere un giapponese. Per quanto abbia letto, gi
prima, su di loro. Solo ora, per la prima volta, sento di conoscerli realmente.
 vero che possiamo capire intimamente gli uomini solo nella loro massima sventura? 
soprattutto la sventura ci che accomuna gli uomini? Pu darsi che a ci si connetta la mia profonda
avversione per ogni idillio, il fatto che mi sia insopportabile la letteratura idillica.
Nel caso di Hiroshima si tratta della pi concentrata catastrofe che mai sia piombata sugli
uomini. In una pagina del suo diario il dottor Hachiya pensa a Pompei. Ma anche Pompei non vale
affatto come termine di confronto. Su Hiroshima  piombata una catastrofe provocata dagli uomini che
l'hanno calcolata. La  natura  non c'entra.
L'aspetto della catastrofe  diverso a seconda che la si sia osservata dall'interno della citt, dove
si vede tutto ma non si ode nulla, e allora la si chiama pika, oppure dall'esterno, ove si pu anche udire,
e allora si dice pikadon. Molto avanti nel diario si trova la descrizione di un uomo che ha visto la 
nube  senza esserle immediatamente esposto.  sbalordito dalla sua bellezza: lo splendore colorato
della nube, i contorni netti, le linee rette che da essa si espandono nel cielo.
Che cosa significa sopravvivere in una catastrofe di tali proporzioni? Come ho gi detto, le
annotazioni di questo diario sono di un medico, di un medico moderno e particolarmente scrupoloso,
che  abituato a pensare in modo scientifico e che, dinanzi a questo fenomeno totalmente nuovo, non
riesce a rendersi conto della cosa con cui ha a che fare. Solo il settimo giorno, ricevendo una visita
dall'esterno, apprende che era una bomba atomica ci che  caduto su Hiroshima. Un capitano amico
gli porta in dono un cestino di pesche:   un miracolo che lei sia sopravvissuto , dice al dottor
Hachiya  in fin dei conti l'esplosione di una bomba atomica  una faccenda orribile .   Una bomba
atomica!  gridai, e mi alzai sul letto.  Ma allora  la bomba di cui ho sentito dire che potrebbe far
saltare in aria Formosa con non pi di dieci grammi di idrogeno!  .
E giungono ben presto visitatori che si congratulano con Hachiya poich  ancora vivo.  un
uomo stimato e amato, ci sono pazienti riconoscenti, compagni di studi, colleghi, parenti. La loro gioia
per la sua sopravvivenza  senza limiti, sono stupefatti e felici, non c' forse felicit pi pura. Gli sono
affezionati, ma in lui inoltre ammirano stupiti una sorta di miracolo.
 una delle situazioni del diario che si ripetono pi spesso. Cos come amici e conoscenti si
rallegrano di trovarlo in vita, allo stesso modo egli si rallegra quando viene a sapere che altri sono
sopravvissuti. Questa esperienza ha alcune varianti: egli apprende, per esempio, che lui stesso e sua
moglie erano creduti morti. Un ricoverato nell'ospedale, che era fuggito dalla sua casa in fiamme senza
riuscire a salvare la moglie, la considera morta. Appena pu, ritorna nella casa distrutta e cerca i resti di
lei. Nel punto in cui l'aveva sentita gridare aiuto per l'ultima volta, trova delle ossa; le porta
all'ospedale e con grande piet le posa dinanzi all'altare domestico. Dieci giorni dopo, quando si reca
in campagna per consegnare le ossa alla famiglia della moglie, la ritrova l salva e incolume. Era
riuscita in qualche modo a fuggire dalla casa incendiata e un autocarro militare che passava l'aveva
portata in salvo.
Qui vi  gi pi che una sopravvivenza:  un ritorno dai morti, l'esperienza pi intensa e
meravigliosa che sia data agli uomini.
Nell'ospedale di cui il dottor Hachiya era direttore e nel quale ora egli giace in una condizione
ibrida tra medico e paziente, uno dei fenomeni pi singolari  l'irregolarit della morte. Ci si aspetta
che le persone giunte ustionate o segnate nell'ospedale muoiano o guariscano.  molto duro assistere ai
loro continui peggioramenti; ma alcuni sembrano resistere, gradualmente si sentono meglio. Vengono
gi dati per salvi, quando inaspettatamente si aggravano e d'improvviso sono in imminente pericolo.
Altri, e tra questi infermiere e medici, da principio appaiono illesi. Lavorano giorno e notte con tutte le
loro forze, poi d'improvviso mostrano i segni del male, peggiorano di giorno in giorno, muoiono. Non
si  mai certi che uno sia sfuggito al pericolo; gli effetti ritardati della bomba eludono qualsiasi normale
prognosi clinica. Il medico si rende conto molto presto di andare a tastoni nel buio pi completo. Egli si
adopera in tutti i modi possibili, ma finch resta all'oscuro dell'effettiva natura del male si trova ad
agire come ai tempi che precedettero la medicina scientifica, e deve accontentarsi di confortare anzich
di curare. Mentre affronta l'enigma delle manifestazioni del male negli altri, il dottor Hachiya  egli
stesso un paziente. Ogni sintomo che scopre negli altri lo preoccupa anche per se stesso, e segretamente
ne va in cerca sul proprio corpo. La sopravvivenza  precaria e non ancora certa per lungo tempo. Non
perde mai il rispetto per i morti e inorridisce al vederlo scemare negli altri. Quando si reca nella
capanna di legno in cui un collega venuto da fuori esegue le autopsie, non tralascia di inchinarsi dinanzi
al cadavere.
Ogni sera i morti vengono cremati di fronte alle finestre della sua camera d'ospedale. Proprio di
fianco al luogo delle cremazioni si trova una vasca per il bagno. La prima volta che egli assiste dall'alto
a una cremazione, sente qualcuno chiedere forte dal bagno:  Quanti ne hai bruciati oggi? .
L'irriverenza di questa situazione, qui un uomo che poco prima era ancora vivo e ora viene cremato, e
l, proprio di fianco, un altro, nudo nel bagno, lo rivolta profondamente.
Ma dopo poche settimane egli consuma la cena insieme con un amico, su nella sua camera
d'ospedale, durante una cremazione. Osserva che l'odore   come di sardine bruciate , e continua a
mangiare.
La buona fede e la sincerit di questo diario sono al di sopra d'ogni dubbio. Chi scrive  un
uomo di alta civilt morale. Come chiunque,  soggetto alle tradizioni della sua origine: di esse non
dubita. I suoi interrogativi e i suoi dubbi restano compresi all'interno della sfera della medicina, ove
sono permessi e necessari. Ha creduto nella guerra, ha accettato la politica militaristica del suo paese, e
sebbene abbia osservato nel comportamento della casta degli ufficiali parecchie cose che non gli
piacciono, ha considerato suo dovere patriottico tacere. Ma proprio questo stato di fatto rende tanto pi
interessante il suo diario. Il quale non si limita a informarci della distruzione di Hiroshima sotto la
bomba atomica - si  testimoni dell'effetto che provoc su di lui il divenir consapevole della sconfitta
del Giappone.
In questa citt assolutamente distrutta, le persone a cui si sopravvive non sono i nemici, ma la
propria famiglia, i colleghi, i concittadini. La guerra dura ancora e i nemici a cui si augura la morte
sono altrove. Da essi ci si sente minacciati, la scomparsa della propria gente accresce la minaccia. Con
la caduta della bomba la morte giunge dall'alto, si pu soltanto respingerla lontano, e bisognerebbe
venirlo a sapere.
Il desiderio che ci accada  fortissimo, e infine sembra trovare adempimento. Dopo pochi
giorni giunge da un'altra localit uno che riferisce come cosa certa - l'ha saputo da fonte sicurissima -
che i Giapponesi hanno colpito a loro volta con la medesima arma, devastando nello stesso modo non
una sola ma parecchie grandi citt americane.
Nell'ospedale lo stato d'animo si capovolge di colpo, l'euforia s'impadronisce perfino dei feriti
gravi. Ci si sente di nuovo massa; poich la morte  stata deviata su altri, ci si crede salvi da essa. 
probabile che molti, finch dura questa euforia, siano persuasi che ormai non moriranno pi. Tanto pi
dura s'abbatte poi, dieci giorni dopo la bomba, la notizia della capitolazione. L'imperatore non aveva
mai parlato per radio, prima. Certo anche ora il suo discorso rimane incomprensibile, egli lo pronuncia
nel linguaggio arcaicizzante della corte. Ma i superiori, che devono conoscerla, riconoscono quella
voce per sua; il contenuto del proclama viene tradotto. Quando viene menzionato il nome
dell'imperatore, la gente radunata nell'ospedale si inchina. Nessuno finora  mai riuscito a udire la
voce dell'imperatore, non  quella voce che ha proclamato la guerra. Ma  quella voce che ora la
revoca. A essa si crede quando dichiara la sconfitta, che altrimenti verrebbe messa in dubbio.
I ricoverati nell'ospedale ne sono colpiti pi duramente che non dalla distruzione della loro
citt, dalla loro malattia, dalla morte dolorosissima che molti di essi hanno dinanzi agli occhi. Ora non
 pi pensabile alcuna diversione, la ferita e la morte vanno sofferte in tutto il loro peso. Tutto 
incerto, ma senza speranza. Molti si ribellano contro questa disperazione che  passiva e preferiscono
combattere ancora. Si formano due partiti, uno a favore e l'altro contro la cessazione dei
combattimenti. La massa degli sconfitti, prima di sciogliersi del tutto, si suddivide in una massa doppia.
Ma la parte favorevole al proseguimento della guerra ha questo punto decisivo di debolezza: si pone
contro l'ordine dell'imperatore.
 interessante osservare, nel corso dei giorni seguenti, che nella coscienza del dottor Hachiya il
potere, gi supremamente centralizzato durante la guerra, si divide in due parti: da un lato il potere
cattivo, i militari, che hanno condotto il paese alla sventura; dall'altro il potere buono, l'imperatore, che
vuole il bene del paese. In tal modo sussiste ancora per Hachiya un'istanza di potere, e la vera e propria
struttura della sua esistenza non viene lesa. I suoi pensieri girano continuamente intorno all'imperatore.
Egli, cos come il paese,  stato vittima dei militari. Va profondamente compianto; la sua vita 
divenuta ancor pi preziosa.  stato umiliato per qualcosa che non voleva affatto, la guerra. Ci
permette a ogni leale suddito d'andare alla ricerca anche nel proprio io di qualcosa che non volle la
guerra. Le osservazioni che s'erano sempre fatte a proposito dei militari, senza che si osasse
manifestarle: la loro arroganza, la loro stupidit, il disprezzo verso chiunque non appartenesse alla loro
casta, diventano improvvisamente potenti. In luogo del nemico, contro il quale non si pu pi
combattere, sono essi che divengono il nemico.
Ma l'imperatore esisteva sempre, la continuit della vita dipende da quella di lui: anche durante
la catastrofe che colp la citt, il suo ritratto viene salvato.
Verso la fine del diario - al trentanovesimo giorno, poich solo allora il dottor Hachiya  venuto
a saperla -  narrata la storia del salvataggio del ritratto dell'imperatore.  dipinta in ogni particolare. In
mezzo alla folla degli agonizzanti e dei feriti gravi della citt, poche ore dopo l'esplosione della bomba
atomica, il ritratto dell'imperatore viene portato al fiume. I moribondi fanno posto:  Il ritratto
dell'imperatore! Il ritratto dell'imperatore! . Bruciano ancora a migliaia dopo che il ritratto  stato
tratto in salvo e portato via da un battello.
Questa prima narrazione del salvataggio del ritratto non basta a saziare il dottor Hachiya. La
cosa non d requie, egli va in cerca di ulteriori testimoni, in particolare di quelli che presero parte
all'alta impresa. Nel suo diario inserisce un altro resoconto. Durante quei giorni a Hiroshima sono
accadute molte cose degne di lode. Hachiya  giusto e non sminuisce alcun merito. Elargisce la sua
lode con sollecitudine e scrupolo. Ma con entusiasmo senza limiti parla del salvataggio dell'effigie
imperiale. Si avverte che, di tutto quanto  successo, questo  per lui il fatto pi ricco di speranza:
equivale alla sopravvivenza dell'imperatore.
Continuano a giungere persone che si meravigliano di trovarlo in vita e si congratulano con lui.
La loro gioia si avverte ancora nei suoi appunti e si trasmette al lettore. A lungo si continuano a
cremare dinanzi alle finestre dell'ospedale pazienti defunti, la morte prosegue.  come un'epidemia
nuova, sconosciuta. La sua origine e il suo decorso non sono stati ancora indagati con precisione. Solo
con le autopsie si comincia gradualmente a capire con che cosa si ha a che fare. Hachiya non perder
neppure per un istante la sua avidit di ricerca nei confronti della nuova malattia. Cos come dura
intatta in lui la struttura del suo paese, che culmina nell'imperatore, del pari egli non  minimamente
leso nella sua indole di studioso moderno della medicina. Ho qui compreso appieno per la prima volta
come questi due elementi possano combaciare naturalmente, quanto poco l'uno sia disturbato dall'altro.
Soprattutto intangibile  per in quest'uomo il rispetto per i morti. S' detto quanto poco egli tolleri che
ci si abitui alla morte: la morte resta sempre per lui qualcosa di molto serio. Non si ha l'impressione
che per lui i morti si amalgamino in una massa entro la quale i singoli non contano pi. Egli pensa ai
morti come a persone. Non si deve dimenticare che Hachiya  un medico, dunque esposto a una sorta
di smussamento professionale nei confronti della morte. Ma in qualsiasi circostanza si sente che ai suoi
occhi  importante ogni persona che ha vissuto, ogni persona cos com'era realmente, cos come gli si 
manifestata nella sua unicit.
Il quarantanovesimo giorno dopo la sventura ha luogo una giornata di commemorazione dei morti. In bicicletta egli si reca in citt e visita ogni luogo che  consacrato dai morti, dai suoi morti e
anche da quelli di cui ha sentito parlare. Chiude gli occhi per vedere una vicina che  perita, ed ella gli
appare. Non appena riapre gli occhi l'immagine svanisce; li richiude, e riappare. Egli si apre la via fra i
resti della citt e non si pu dire che girovaghi a caso, poich sa bene quel che cerca, e lo trova: i luoghi
dei morti. Non si risparmia nulla. Si figura tutto. Dice d'aver pregato per ognuno. Mi chiedo se nelle
citt d'Europa ci furono uomini che andarono frugando tra le rovine alla ricerca dei luoghi dei morti, e
in questo modo, avendo negli occhi le sembianze nitide dei defunti, pregando per loro, non solo per la
propria famiglia, ma per i vicini, gli amici, i conoscenti, e perfino per i morti mai incontrati, di cui
soltanto era stata narrata loro la morte. Ho esitato prima di usare la parola  pregare  a proposito di ci
che fece Hachiya quel giorno, ma questa parola la usa egli stesso e non solo in questa circostanza si definisce un buddhista.
...
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...
FINE.